La riflessione
Caso Garlasco, tra Stasi e Sempio: non è la psicologia che può condannare una persona
Si possono tracciare profili dalle notizie in possesso ma ciò non significa che siano delle vere e proprie prove
La riapertura del caso Garlasco, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, riporta al centro non solo una nuova ipotesi investigativa, ma anche una questione più profonda: il modo in cui la mente umana reagisce a eventi emotivamente critici. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Femia, psicoterapeuta e psicodiagnosta dell’Apc, che ha tracciato un profilo di Alberto Stasi e Andrea Sempio, non mancando di evidenziare la necessità di rimanere garantisti.
Che idea si è fatto di questa vicenda ?
In un processo che appare sempre più nebuloso, in cui le ricostruzioni faticano a trovare una sintesi definitiva, si apre un altro piano di lettura: si approda all’analisi personologica del condannato Stasi e del nuovo indagato Sempio.
Oggi il confronto non è più soltanto tra prove e ricostruzioni, ma tra due possibili assetti psicologici molto diversi, rappresentati dalle figure di Alberto Stasi e Andrea Sempio. Ciò che colpisce, al di là dei ruoli giudiziari, è la distanza nel modo di interpretare le esperienze, soprattutto quelle legate al rifiuto e alla relazione con l’altro. Nella prospettiva cognitivo-comportamentale, ciò che guida l’azione non è tanto l’evento in sé, quanto il significato che gli viene attribuito.
E’ un conflitto tra rifiuto e tensione?
E’ una chiave di lettura valida. Due persone possono vivere la stessa esperienza — un rifiuto, un conflitto, una tensione — ma reagire in maniera opposta proprio perché la interpretano in modo diverso. Da questa interpretazione nascono le emozioni e, di conseguenza, i comportamenti. È proprio su questo piano interno che emerge la principale differenza tra i due profili.
Perché ci sono due profili ovviamente: quello caldo e caotico contro quello freddo e coerente che si riflette in due stili di funzionamento quasi opposti.
Nel profilo caldo, caotico e vulnerabile, possiamo vedere qualcosa segnato da fragilità pregresse, interessi bizzarri, oscillazioni emotive. Apparentemente disorganizzato, ma capace di conservare prove utili alla propria difesa. Qui la regolazione emotiva è più fragile: la vergogna può trasformarsi rapidamente in rabbia. Nel profilo freddo distaccato, emerge la coerenza nella narrazione, poco espressiva, orientata al controllo.
Le emozioni vengono trattenute, filtrate, razionalizzate. È un funzionamento che tende a evitare l’impulsività, a monitorare costantemente il comportamento, a temere l’errore più che il giudizio
Due personalità controverse, ed è un punto cruciale, nessuna stranezza, nessuna fantasia, nessun comportamento eccentrico basta da solo a parlare di omicidio.
Possiamo tracciare i due profili di Stasi e Sempio?
Possiamo provarci. Si tratta di profili integrati tra vergogna, rifiuto e controllo. Nel quadro attribuibile a Sempio, il punto di partenza sarebbe un rifiuto. Tuttavia, il vero nodo non è il rifiuto in sé, ma il modo in cui viene vissuto. In una mente vulnerabile sul piano dell’identità, un episodio simile può amplificarsi fino a diventare una conferma globale di non essere adeguati o degni di riconoscimento. Non è più un semplice “no” relazionale: diventa un giudizio sul sé. In questo spazio si attiva la vergogna, intesa come esperienza di esposizione, svalutazione e possibile umiliazione. Quando tale stato è percepito come intollerabile, la mente cerca una via di uscita rapida: la vergogna si trasforma in rabbia difensiva, con la funzione di proteggere il sé da un vissuto di crollo.
Se la regolazione emotiva è fragile, il passaggio è immediato: il pensiero non filtra l’emozione, l’impulso prende il sopravvento, l’azione diventa rapida e poco mediata. In questa prospettiva, anche un comportamento violento può essere letto, senza mai giustificarlo, come risposta impulsiva a uno stato interno vissuto come insostenibile. Questo funzionamento si colloca in continuità con il movente narcisistico-punitivo da rifiuto (movente narcisistico-punitivo, noto come rejection-based homicide o narcissistic rage, tipico di una traiettoria predatorio-organizzata, con una progressione): “Sono ossessionato, il rifiuto è inaccettabile e va punito”. Si tratta di una dinamica più organizzata e progressiva, in cui il rifiuto viene vissuto come ferita narcisistica intollerabile e genera un’escalation emotiva.
E per quanto riguarda Stasi?
Diverso appare il quadro attribuibile a Stasi, in cui il centro non è la paura della svalutazione, ma quella della colpa, dell’esposizione e, più profondamente, dell’esclusione sociale che può derivarne. È un assetto in cui il timore non è tanto “non valgo”, quanto piuttosto “potrei aver fatto qualcosa di sbagliato” o “potrei essere scoperto”. L’identità appare meno fragile sul piano narcisistico, ma più vincolata a regole interne e a un bisogno costante di controllo.
Il comportamento viene monitorato, le emozioni trattenute, l’azione filtrata dal pensiero. In questo funzionamento, anche la rabbia è presente, ma non si manifesta in modo immediato e diretto.
È una rabbia trattenuta, inibita, controllata, che può accumularsi nel tempo senza trovare espressione. Non esplode facilmente: resta sotto traccia, regolata, compressa entro i confini del pensiero e della norma. Tuttavia, proprio questo contenimento può rappresentare un punto critico.
Quando il sistema di controllo si incrina, di fronte a una situazione percepita come smascherante o insostenibile, anche questa rabbia trattenuta può emergere in modo improvviso, più come cedimento del controllo che come escalation emotiva. Questo funzionamento potrebbe legarsi ad un movente da vergogna/esposizione: (assetto noto come shame-driven homicide o exposure homicide) :“Ti uccido perché hai scoperto un mio lato scabroso”.
Qui l’azione non nasce da un’escalation nel tempo, ma da una rottura improvvisa: il soggetto controlla finché può, poi qualcosa “blocca” il sistema, e la risposta può diventare improvvisa e disorganizzata.
Quali ipotesi possiamo fare?
Nel caso Garlasco la domanda non è solo chi abbia agito ma quale mente avrebbe potuto agire in quel modo. Resta tuttavia un punto essenziale. La psicologia non stabilisce la colpevolezza di nessuno.
E cosa può fare di concreto?
Può fare qualcosa di diverso e importante: evidenziare quali strutture mentali risultano più compatibili con determinati comportamenti. Il punto non è solo cosa accade, ma come viene vissuto.
Per Sempio, il rifiuto diventa identità: ferisce il sé e accende la rabbia. Per Stasi, il rischio è essere scoperti: incrina il controllo e può farlo saltare.
E forse è proprio questo l’aspetto più rilevante nella fase attuale del caso Garlasco: il tentativo di leggere il delitto non solo come un fatto, ma come l’espressione di una mente.
Queste due modalità, una centrata sulla vergogna e l’altra sulla colpa, rappresentano modi diversi di organizzare l’esperienza, entrambi orientati da un senso di ingiustizia subita e da un vissuto rabbioso che esita in un agito. Nel primo caso, il rischio è l’esplosione emotiva: il sé si sente minacciato e reagisce. Nel secondo, il rischio è piuttosto l’inibizione: il comportamento viene controllato anche a costo di comprimere l’emozione.
Ma da cosa verrebbe spinto l’agito di entrambi ?
E’ interessante notare come l’analisi psicologica di due menti diverse, due percorsi opposti, mettano in gioco la stessa emozione, sebbene con declinazioni diverse . Quella che si trattiene fino a spezzarsi a fronte di quella che esplode senza filtro. Da una parte il controllo, dall’altra l’impulso. Da una parte la colpa, dall’altra la vergogna. Entrambe le traiettorie ruotano intorno a un punto centrale: la RABBIA che sfocia in un agito aberrante, l’omicidio efferato di una ragazza di 26 anni.
Dove si gioca la vera differenza?
Di fronte allo stesso evento, un rifiuto, una relazione che si interrompe, una tensione, la mente può prendere direzioni opposte: trattenere oppure reagire, riflettere oppure agire, controllare oppure esplodere. È in questo spazio, spesso invisibile ma decisivo, che si colloca la vera differenza tra le persone. E forse anche la chiave più profonda per comprendere ciò che, in superficie, appare inspiegabile. La paura, prima dei fatti, scrive il modo in cui una storia si compie. Due strade diverse, che, nel punto più fragile, possono arrivare allo stesso esito: perché quando la mente cede, non è più il pensiero a guidare — è la rabbia, in qualunque forma, a prendere il comando.
Ma non c’è il rischio di una ennesima condanna a priori?
Si. Accanto a questo tipo di lettura, è necessario introdurre una riflessione più ampia e scomoda. Non solo sul comportamento umano, ma su chi quel comportamento lo interpreta. La storia giudiziaria e mediatica dimostra come, non di rado, giustizia e psicologia possano commettere errori madornali di interpretazione. Errori che non restano teorici, ma hanno conseguenze profonde: possono distruggere la vita delle persone, ridefinirne pubblicamente l’identità, trasformarle in simboli prima ancora che in individui. Quando ciò accade, il rischio è duplice: da un lato, semplificare ciò che è complesso, riducendo una persona a un’etichetta; dall’altro, attribuire significati psicologici come se fossero prove, confondendo compatibilità con colpevolezza.
Il processo mediatico può influire?
Ovviamente. A questo si aggiunge il ruolo, spesso cruciale, del circuito mediatico. La diffusione di elementi investigativi, talvolta parziali, talvolta decontestualizzati, può generare una vera e propria fuga di informazioni sensibili, esponendo l’intimità delle persone al giudizio pubblico prima ancora di qualsiasi accertamento definitivo. In questo modo, il racconto si costruisce prima dei fatti. E il sospetto rischia di trasformarsi in verità condivisa : la personalità non è reato, le fantasie non sono omicidio.
C’è il rischio di una deriva giustizialista?
Certo che si. Per questo, mantenere un’impostazione psicologica rigorosa significa anche riconoscere un limite etico: non usare la psicologia per anticipare una condanna, ma per comprendere la complessità. Allo stesso modo, il principio di garantismo non è un formalismo giuridico, ma una postura culturale: significa non colmare i vuoti con interpretazioni affrettate, non trasformare ipotesi in certezze, non sostituire il dubbio con il bisogno di una risposta immediata. Se è vero che la mente costruisce il significato degli eventi, è altrettanto vero che anche chi osserva giudice, esperto, giornalista costruisce una narrazione. E quella narrazione, se non è rigorosa, può diventare essa stessa parte del problema. Comprendere non significa giudicare, e interpretare non significa condannare: tra questi due passaggi, spesso invisibili, si gioca la differenza tra giustizia e errore.
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