L'intervento
Biennale, le (tante) idee della destra e un punto fermo: la politica estera non è un racconto metafisico
Giuli ha avuto il merito – raro a destra – di ricordarci una cosa semplice: la libertà occidentale è imperfetta, decadente, talvolta persino ridicola, ma resta infinitamente preferibile ai regimi che incarcerano dissidenti, controllano stampa e cultura e usano la guerra come strumento ordinario di politica estera
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella polemica tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. Non perché riguardi soltanto la Biennale di Venezia o il padiglione russo, sullo sfondo della guerra in Ucraina, ma perché mette in scena due diverse idee della destra, dell’Occidente e perfino della politica. Intervengo non per alimentare la polemica, ma perché credo che questa vicenda offra, alla fine, l’occasione per aprire un dibattito in una certa area culturale. Un dibattito che, diciamolo francamente, avviene sempre più di rado, almeno in questi ultimi anni, se si esclude la meritoria iniziativa – purtroppo rimasta senza seguito adeguato – degli Stati generali della cultura nazionale, promossa da Gennaro Sangiuliano nell’aprile 2023.
Da una parte c’è Giuli, che può piacere o meno, ma che almeno parte da un dato elementare: l’Italia appartiene a una civiltà e a una responsabilità geopolitica. Dall’altra c’è Buttafuoco, una delle figure letterarie più brillanti di un mondo intellettuale sempre sospeso tra fascinazione per l’Oriente, culto dell’eccezione e gusto della provocazione metafisica. Il problema è che la politica internazionale non è un racconto metafisico. Nessuno può mettere in dubbio il talento di Buttafuoco, il suo stile, la sua cultura, perfino quella sua nostalgia per il sacro che lo porta da anni a guardare all’Islam come antidoto alla dissoluzione occidentale. È noto, del resto, il suo percorso di conversione all’islam, vissuto pubblicamente come ritorno alla Tradizione, contro il nichilismo moderno. Ma proprio qui sta il punto politico della questione.
Una parte della destra intellettuale italiana – non più giovanissima, e forse proprio per questo ancora legata a certe suggestioni novecentesche – continua infatti a coltivare un antioccidentalismo estetico e quasi decadente: l’idea che l’Occidente sia soltanto tecnica, mercato, consumismo, secolarizzazione, mentre altrove – nella Russia tradizionale, nell’Oriente spirituale, nell’Islam metafisico – sopravvivrebbe ancora un modello più autentico di civiltà. È una vecchia tentazione europea. Cambiano gli oggetti del desiderio, resta identico il meccanismo. Nel Novecento furono il bolscevismo, il fascismo esotico, il maoismo, il castrismo. Oggi diventano Putin, Eurasia, il multipolarismo mistico, la nostalgia del Califfo letto attraverso Guénon. Ma il risultato è sempre lo stesso: l’odio per l’Occidente in nome di una civiltà immaginaria.
Giuli ha avuto il merito – raro a destra – di ricordarci una cosa semplice: la libertà occidentale è imperfetta, decadente, talvolta persino ridicola, ma resta infinitamente preferibile ai regimi che incarcerano dissidenti, controllano stampa e cultura e usano la guerra come strumento ordinario di politica estera. Quando ha detto che alla Biennale “ha vinto Putin”, ha espresso forse un giudizio duro, ma politicamente comprensibile e per molti aspetti condivisibile. Buttafuoco, invece, sembra appartenere a quella categoria di intellettuali che scambiano talvolta la complessità con l’ambiguità. E l’ambiguità, in tempi normali, può anche apparire sofisticata. Ma nelle crisi storiche finisce quasi sempre per favorire i più forti.
Quanti si rivedono nell’atteggiamento di Buttafuoco, poi, dimenticano che la destra italiana, almeno nella sua tradizione più seria, aveva un altro principio fondamentale: la difesa dell’interesse nazionale come criterio superiore rispetto alle seduzioni ideologiche. Ed è questa, in fondo, anche la differenza tra una cultura politica di governo e un semplice estetismo. Perché si possono avere simpatie e curiosità intellettuali verso certi mondi antioccidentali, ma arriva sempre il momento in cui bisogna chiedersi dove stia concretamente l’interesse dell’Italia. E in questo frangente storico è difficile sostenere che esso coincida con qualunque forma di fiancheggiamento del putinismo. Non soltanto per ragioni morali o umanitarie, ma per ragioni strategiche elementari: sicurezza europea, equilibrio mediterraneo, alleanze internazionali, stabilità economica ed energetica. Una destra che smarrisce il principio dell’interesse nazionale per inseguire il gusto della provocazione antioccidentale rischia di trasformarsi in una caricatura geopolitica di se stessa.
Naturalmente nessuno chiede censura o liste di proscrizione. Né vale l’obiezione, già pronta nei salotti progressisti finalmente riconciliati con la Biennale a guida Buttafuoco, secondo cui Giuli vorrebbe imporre una nuova egemonia. Questo è curioso: se è la sinistra a occupare il campo culturale per decenni, si chiama pluralismo; se qualcuno osa ricordare che l’Occidente non è un incidente della storia, diventa subito regime. Giuli, se ho ben capito, non vuole sostituire un’egemonia con un’altra. Vuole semplicemente evitare che, in nome dell’autonomia dell’arte, si spalanchi la porta alla propaganda dei regimi. Il ministro stesso ha ribadito il rispetto dell’autonomia della Biennale. Ma un conto è difendere l’autonomia artistica, altro è trasformare ogni neutralità in superiorità morale e ogni riflesso antiamericano o antieuropeo in prova di indipendenza intellettuale. La pretesa di stare “oltre” l’Occidente, “oltre” la Nato, “oltre” la distinzione tra democrazie liberali e autocrazie, finisce spesso per essere una forma di vanità intellettuale: l’antiamericanismo di riflesso travestito da raffinatezza geopolitica, l’antieuropeismo di maniera scambiato per pensiero tragico.
Del resto, la destra italiana ha già conosciuto la tentazione di sentirsi più profonda dell’Occidente, più spirituale della democrazia liberale, più aristocratica delle società borghesi. È una tentazione letteraria, elegante, perfino seducente. Ma storicamente quasi sempre sterile. E infatti colpisce che oggi il più “occidentale” dei due appaia proprio Giuli, formatosi nelle inquietudini culturali della destra, mentre il più attratto da un immaginario non occidentale sia Buttafuoco, già cantore della destra identitaria. Paradossi italiani.
Il fatto, al di là delle posizioni, è che l’Occidente non è una religione della perfezione. È una civiltà del limite. Non promette paradisi spirituali né armonie finali. Produce Netflix, centri commerciali, crisi morali, individualismo e anche tanta decadenza. Ma produce pure libertà politica, pluralismo, critica e controllo del potere. E soprattutto consente agli antioccidentali di parlare liberamente contro l’Occidente. Putin no.
Tanto più che gli artisti russi chiamati in causa non risultano presentati come dissidenti perseguitati dal Cremlino, né testimoni di una rottura limpida con le atrocità del regime putiniano. E qui l’equivoco diventa perfino grottesco: si invoca l’arte contro la politica, ma poi si finisce per offrire una passerella alla cultura ufficiale di uno Stato aggressore. Putin, del resto, non è un meteorite caduto su Mosca: è il continuatore nostalgico e autocratico di un immaginario imperiale e sovietico che non ha mai fatto davvero i conti con i propri crimini. Possibile che questo piaccia tanto a quanti sognano ancora di essere applauditi nei salotti della sinistra, magari in cambio di qualche inchino all’antiamericanismo di maniera? Forse sì, perché nulla consola certi ambienti più dell’idea che la destra, per diventare “profonda”, debba prima piacere alla sinistra. Un’illusione senza futuro.
Lascia un commento
Ultima notizia
La finale il 16 maggio
Eurovision 2026, boom social per Sal Da Vinci: “Per sempre sì” fa ballare tutta Vienna
Cronaca - di Marcello Di Vito
forse a guardare bene negli ultimi periodi Venezia si è resa portatrice di polemiche e proteste; prima la querelle della Fenice ed adesso la Biennale. Non è solo una coincidenza!!!
Analisi profonda ma soprattutto vera. Un applauso sincero ed un grazie da chi non ha mai smesso di credere nei valori della Destra Italiana.