Vandali armati
Askatasuna, così funzionavano i piani di guerra contro polizia e cantieri della Tav in Val di Susa
Le indagini ricostruiscono assalti coordinati, gruppi mobili e arsenali da guerriglia. Nelle intercettazioni alcuni militanti parlano di un modello: diventare un partito “come Hezbollah o sul modello dell’Eta”
Cronaca - di Alice Carrazza - 16 Maggio 2026 alle 11:29
Per anni una parte della sinistra ha raccontato Askatasuna come l’ultimo rifugio del dissenso sociale, una palestra politica popolata da militanti, studenti e “attivisti di quartiere”. Le carte della Procura restituiscono però un’immagine molto diversa. Non quella di un movimentismo disordinato o di un ribellismo generazionale, ma di una struttura organizzata che negli anni ha affinato tecniche operative, logistica e modalità di scontro tra Torino e la Val di Susa. Le informative sugli antagonisti descrivono gruppi coordinati, mappe dei punti sensibili dei cantieri Tav, monitoraggio delle postazioni di polizia ed esercito, uso di sentieri montani per aggirare i reparti e nuclei pronti a disperdersi e ricompattarsi rapidamente. E lo schema si ripete in più episodi, dagli scontri in Valle fino alle manifestazioni nel capoluogo piemontese.
Dalla Maddalena a Torino
Le carte citano “l’operazione ponte” dopo lo sgombero della Maddalena del 2011, gli attacchi partiti dal presidio dei Mulini, gli scontri al G7 di Venaria del 2017, le azioni notturne del 2021 e le incursioni del 2022, come ricostruito da Francesco Boezi sul Giornale. Cambiano i contesti, non il metodo.
In Val di Susa i punti logistici restano il presidio dei Mulini e quello di San Didero. A Torino, dopo lo sgombero della storica sede, l’attività continua attraverso il Csa Murazzi e lo Spazio popolare Neruda. Una rete che secondo gli investigatori mantiene collegamenti costanti tra piazza cittadina e fronte No Tav.
L’assalto del luglio 2021
Il 21 luglio 2021, durante il “Festival Alta Felicità“, il meccanismo è evidente. Il corteo percorre il sentiero Gallo Romano e arriva fino alla Madonnina. Qui i partecipanti si dividono in tre gruppi distinti. Roberta Bonetto, scrivono gli investigatori, impartisce ordini “attraverso il sistema di amplificazione del furgone”. Un primo gruppo avanza verso il cancello Giaglione. Un secondo passa dai sentieri montani per aggirare le forze dell’ordine. Un terzo resta arretrato per garantire il ricambio della prima linea.
Alle 17.10 parte l’assalto. Circa 300 persone colpiscono le grate metalliche del cantiere. Una cinquantina si stacca per attaccare direttamente i reparti schierati. Bombe carta, petardi, razzi pirotecnici sparati anche con tubi artigianali. Nel frattempo altri gruppi colpiscono mezzi e strutture del cantiere prima di ripiegare nei boschi e ricongiungersi.
Le intercettazioni e il materiale sequestrato
Le intercettazioni riportano anche riferimenti inquietanti che gli investigatori considerano significativi. Alcuni militanti parlano della volontà di diventare un partito “come Hezbollah o sul modello dell’Eta”, riporta ancora il Giornale. L’elenco del materiale sequestrato negli anni dà la panoramica sul livello di preparazione agli scontri: bombe carta potenziate, telefoni dedicati alle azioni, materiale incendiario, tronchesi, fionde giganti, scale con arpioni, caschi, passamontagna, bastoni e coltelli.
Per i magistrati non ci sono ancora elementi sufficienti per sostenere definitivamente l’accusa di associazione a delinquere. Il processo d’appello è in corso. Ma il punto politico ormai è un altro. E riguarda il racconto che per anni ha accompagnato certe realtà extraparlamentari: quello di semplici “presìdi sociali” o laboratori di partecipazione civile.
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