Fedez, parla il medico che lo ha operato: «La chirurgia porta ad alte percentuali di guarigione»

venerdì 25 Marzo 12:16 - di Giorgia Castelli
Fedez

«La chirurgia radicale porta ad alte percentuali di guarigione». Massimo Falconi, direttore del Centro del Pancreas dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, è il chirurgo che ha operato Fedez dopo la diagnosi di tumore al pancreas per il rapper. L’artista è stato sottoposto ad un lungo intervento per la rimozione di un tumore neuroendocrino. «Oltre a essere rari i Nets (dall’inglese Neuro-Endocrine Tumors) sono quasi sempre “silenziosi” e solo nel 20% dei casi danno sintomi legati all’iperproduzione di ormoni dei casi danno sintomi specifici legati all’iperproduzione di ormoni», dice Falconi al Corriere della Sera.

Fedez, parla il chirurgo

«Sono un gruppo di neoplasie molto diverse fra loro, alcune aggressive altre “indolenti”, ovvero che evolvono lentamente. Ma se scoperto in tempo ed è localizzato, la chirurgia radicale porta ad alte percentuali di guarigione», aggiunge.

Di cosa si tratta esattamente? «Parliamo di tumori che hanno origine dal sistema neuroendocrino, costituito da cellule con caratteristiche tipiche sia delle cellule endocrine, quelle che producono gli ormoni, sia di quelle nervose. Queste cellule sono presenti in tutto l’organismo, quindi i Nets possono colpire organi differenti quali pancreas (come nel caso di Fedez, ndr), intestino, polmoni, tiroide, timo o ghiandole surrenali», risponde.

Caso Fedez, che cosa sono i tumori neuroendocrini

Sono pericolosi? «È molto difficile dare una risposta univoca – avverte il chirurgo – per le decine di sottotipi diversi di tumori neuroendocrini. In base all’aspetto delle cellule neoplastiche, i Nets si possono suddividere in “ben differenziati”, che crescono in genere lentamente e sono meno aggressivi (ma comunque potenzialmente maligni, possono dare metastasi anche dopo molti anni) e “scarsamente differenziati”, che si sviluppano più velocemente e hanno maggiori probabilità di essere metastatici fin dall’inizio».

Quali sono le terapie? «Siamo di fronte a patologie molto diverse fra loro, che richiedono un approccio personalizzato. Se il tumore viene scoperto agli inizi ed è localizzato, la chirurgia radicale, ovvero l’eliminazione di tutta la massa neoplastica, può portare á guarigione alte percentuali di pazienti. Spesso l’intervento chirurgico è complesso: punta ad asportare completamente la malattia, preservando il più possibile la funzione dell’organo», ricorda Falconi.

I farmaci a disposizione

E se le cose si complicano? «Se la rimozione del tumore è parziale o se la scoperta è tardiva e ci sono già metastasi, oppure in caso di recidive che si presentano nel tempo, oggi abbiamo comunque a disposizione diversi tipi di farmaci. Dalla chemioterapia (efficace solo in alcune forme) agli analoghi della somatostatina, dai farmaci a bersaglio fino alle strategie locoregionali (come l’embolizzazione o la termoablazione epatica) – sottolinea il chirurgo – Recentemente poi è stata approvata anche in Italia la nuova terapia radiorecettoriale, in grado di veicolare un’energia “distruttiva” mirata in modo specifico sulle cellule cancerose».

Si può guarire? «Anche in questo caso tutto dipende dal tipo di tumore presente nel singolo malato e dallo stadio della neoplasia al momento della diagnosi (se è in fase iniziale o avanzata). Ma la sopravvivenza a 5 anni nel nostro Paese è alta, superiore al 60% – ammette – Negli ultimi anni, con le nuove terapie abbiamo fatto passi in avanti significativi. E però determinate essere curati in centri di riferimento, dove operano gruppi multidisciplinari di esperti, perché servono le competenze di diversi specialisti».

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