Attacco hacker Lazio, parla il dipendente: «Siti porno e password vendute? Pazzesco…»

venerdì 6 Agosto 10:21 - di Redazione
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«Sono io quello che cercate, sono io la porta da cui sono entrati gli hacker della Regione Lazio. Pensavo di averla chiusa bene a chiave e invece…». L’intestatario dell’account “bucato” dai pirati in un’intervista al Corriere della Sera parla di quello che sta vivendo in questi giorni. C’è tanta amarezza nelle parole del dipendente della Regione Lazio: «Ora mi hanno emarginato».

Attacco hacker, parla il dipendente della Regione Lazio

«Volete sapere se Zingaretti mi ha chiamato dopo che è scoppiata la bomba? No, non l’ha fatto. Ma neanche il mio capo ufficio. Gelo totale. Da una settimana mi sento come isolato, emarginato, solo due-tre colleghi si sono avvicinati per farmi coraggio, per chiedermi come sto. E sì che sto male, sono preoccupato, sono spaventato». E poi ancora. «In queste ore ho letto davvero di tutto: hacker russi, cinesi. Boh! Ma a me finora non è venuta a interrogarmi nemmeno la polizia postale. Un tecnico del Ced lunedì è entrato, ha smontato il computer – racconta – e l’ha portato via. Da quel momento il buio. E io non riesco ancora a capire come sia potuto succedere. E perché proprio a me». Lo sa che girano le voci più assurde e inquietanti? «Eccome no, lo so bene, ogni giorno mi ronzano intorno colleghi affamati di gossip», prosegue.

«Siti porno? È pazzesco…»

«Siti porno? È pazzesco, mio figlio poi la notte dell’intrusione, tra sabato e domenica se ho capito bene, era addirittura al mare, perciò figuratevi. E poi lui non conosce le mie password. Sapete? Malgrado tutto io resto tranquillo, perché penso che la polizia postale comunque ha preso i computer e potrà vedere da sola tutti i movimenti che ho fatto. Troverà anche qualche foto, ma niente di compromettente: cene con amici – dice – immagini di mia moglie. Quante chiacchiere inutili: vendermi le password? Nemmeno per un milione di bitcoin e sì che ci sistemerei la famiglia! Ma io sono uno che non ha mai preso una multa in vita sua: ricordo che quando lavoravo ancora alla Provincia di Frosinone chiesi ai tecnici se potevano abilitarmi per leggere il sito Dagospia, perché è un sito che mi diverte molto, ma poi mi sentii quasi in colpa all’idea di navigare durante l’orario di lavoro e lasciai perdere».

«La rete di casa è più fragile di quella aziendale»

Ma allora perché hanno bucato proprio lei? «Non lo so, forse perché a casa lavoro in orari strani, mi sveglio alle 3 di notte e comincio a smaltire le pratiche più diverse: bolli auto, rimborsi elettorali ai Comuni, invio email ai colleghi per anticipare il lavoro del mattino dopo. Lo smart working però è vulnerabile, la rete di casa è più fragile di quella aziendale», evidenzia.

 

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