La Grande Inter ammaina un’altra bandiera. È morto Tarcisio Burgnich: aveva 82 anni

mercoledì 26 Maggio 12:50 - di Niccolò Silvestri
Burgnich

L’Italia del calcio ammaina un’altra bandiera.È morto Tarcisio Burgnich. Aveva 82 anni. Campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel ’70 con la Nazionale, è uno dei simboli della Grande Inter. Ne è stato difensore dal ’62 al ’74. Del resto, con quel nome e quel cognome non poteva che evocare che qualcosa di ispido, ruvido, spigoloso. Un nomen omen stranamente sfuggito a Gianni Brera, insuperato maestro nel marchiare i calciatori. A ribattezzare “Roccia” quel terzino taciturno e accigliato  fu infatti Armando Picchi. Gli venne spontaneo vedendo il velocissimo  Carlo Novelli, ala della Spal, rinculare per tre metri dopo aver impattato il difensore. L’aneddoto risale agli anni dell’Inter. Pochi sanno però che il suo primo scudetto – correva l’anno 1961 – Burgnich lo aveva vinto con la Juve.

“Sarti, Burgnich, Facchetti”: e fu subito… mito 

In quegli anni l’Italia è cullata dalle rassicuranti illusioni del boom economico e la leva militare ancora spedisce i terroni al Nord e i polentoni al Sud per cementare l’unità nazionale. Anche quel furlan di Ruda sembra destinato a scorrazzare su e giù per l’Italia come un elettrocardiogramma. Dopo Torino, infatti, precipita a Palermo. Dalle Alpi innevate alle arroventate spiagge sicule. Dura solo un anno. Poi di nuovo al Nord, destinazione la metà nerazzurra di Milano. Ad attenderlo c’è l’Inter di Helenio Herrera, il Mago. Andrà a fare coppia in difesa con il gigante biondo Giacinto Facchetti. Nessuno dei due poteva saperlo, ma presto sarebbero diventati un tandem da mito. E, con l’aggiunta del portiere, l’incipit di un ritornello tuttora popolare: “Sarti, Burgnich, Facchetti…” Con Bedin, Guarneri e Picchi costituivano la difesa più imperforabile in Italia e tra le più blindate al mondo. A chiudere la filastrocca, il nome di Mariolino Corso, il “mancino di Dio”. Un anno fa anche lui ci ha lasciato.

L’incornata di Pelè al Mundial messicano

Sono gli anni magici della Grande Inter destinata a salire sul tetto del mondo: tre scudetti, due Coppe dei campioni e due Intercontinentali. Burgnich ne è una bandiera, baluardo silente e severo di una trincea invalicabile. Toccherà al divino Pelè scalfirne la leggenda e, purtroppo per noi, proprio nella finale del Mundial messicano del 1970. Quella decisiva per assegnare definitivamente la Coppa Rimet. È il 18° minuto del primo tempo quando nella nostra area di rigore sta per calare il pallone calciato da Rivelino. Il resto lo racconta la foto che immortala l’attimo: Pelè che incorna la pelota mentre un impotente Burgnich si distende in orizzontale. «Si vede che salto storto perché proprio in quel momento Valcareggi aveva ordinato di cambiare le marcature», rivelerà tempo dopo a Gianni Mura di Repubblica. 

Terzino anche del Napoli e della Nazionale

Peccato perché a quella finale eravamo giunti sulle ali del successo contro la Germania Ovest guidata da Franz Beckenbauer. Un 4 a 3 da cardiopalmo con ben cinque gol segnati nel tiempo extra, i supplementari. Ce n’è anche uno di Burgnich: quello che ci riporta in parità sul 2 a 2. L’avvio degli anni ’70 coincide con la fine del ciclo della Grande Inter. Sotto la guida di Invernizzi, lo squadrone vince ancora il Campionato ’71-72. Ma ormai è tempo di smobilitare. Nel ’75 Burgnich torna al Sud, accolto come una leggenda vivente dal Napoli di Vinicio. Poi il declino comune a tanti campioni. Ma ora che ci ha lasciati, il suo mito torna a fiammeggiare. Lassù ritroverà anche Facchetti. Ancora insieme, come ai vecchi tempi. E questa volta, per sempre.  

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