Ex brigatisti, lo sfogo del fratello dell’agente Campagna: «Restano vigliacchi, oggi come allora»

giovedì 6 Maggio 16:11 - di Redazione

La richiesta degli ex brigatisti arrestati in Francia di non essere estradati “è una cosa che ha dell’incredibile”.  Lo dice Maurizio Campagna, fratello di Andrea. Il poliziotto ucciso in un agguato il 19 aprile 1979, a Milano. Un omicidio del quale furono ritenuti responsabili tra gli altri, Luigi Bergamin e Cesare Battisti. Ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo condannato a 4 ergastoli. “E dimostra che oggi sono vigliacchi come allora”, continua il presidente dell’Associazione per le vittime del terrorismo. Il giorno dopo la prima udienza a Parigi che ha aperto all’intervento italiano. E durante la quale i 9 ex terroristi rossi hanno rifiutato l’estradizione. Adducendo le motivazioni più varie. E ridicole.

Ex brigatisti, lo sfogo del fratello del poliziotto Campagna

“Accetterei  di più – aggiunge il fratello del poliziotto freddato negli anni di piombo – se ammettessero di essere dei vigliacchi. Se dicessero ‘siamo dei vigliacchi. Oggi esattamente come quando abbiamo ucciso le persone alle spalle. Siamo dei vigliacchi perché non vogliamo assumerci le nostre responsabilità”. Sarebbe più dignitoso forse, lascia intendere lo sfogo di Campagna. Che punta l’indice sulla difesa imbarazzante degli ex brigatisti. Ccoccolati dall’intelligenza d’Oltralpe.

“Sono dei vigliacchi. Oggi come allora”

E invece “portano avanti la tesi del ‘sono vecchio, sono malato’. Ma perché Totò Riina non era vecchio quando è stato arrestato? Cosa vuol dire ‘mi sono fatto una famiglia’? Invece mio fratello è da 42 anni dentro una bara. E anche lui voleva farsi una famiglia. E mia madre, morta nel 2012, per 32 anni non c’era giorno che non lo piangesse. Lei non ha mai girato pagina”.

Sono vecchi e malati? Perché Riina non lo era?”

Perché dovrebbero rifarsi una vita? Poi tratteggia un ritratto del fratello, servitore dello Stato. “Faceva il poliziotto. Sapeva di fare un lavoro rischioso. Sapeva di rischiare la vita. Ma considerava il rischio un fattore possibile sul lavoro. Non così come invece sono andate le cose. Lui è stato ucciso mentre stava andando a prendere la fidanzata. Ha aperto la portiera della macchina e un delinquente, assassino, killer, gli ha scaricato addosso il caricatore di una 357 Magnum. Con due proiettili che lo hanno colpito alla testa. Ma cosa vogliamo dire ancora? E queste sarebbero persone che dopo 30 anni si devono rifare una vita? Sarebbe più onorevole ammettere di aver agito in modo vigliacco. E di voler mantenere la stessa linea vigliacca”.

Pensavano di farla franca. E lo pensano ancora

Una vigliaccheria che diventa spavalderia quando si accompagna alla certezza dell’impunità. “Il fatto  – conclude più che amareggiato – è che pensavano di averla fatta franca all’epoca. E pensano di poter andare avanti ancora oggi così”. Piuttosto, osserva, “bisognerebbe capire come sia stato possibile che siano riusciti tutti a vivere a Parigi bene. E non di stenti come dicono, sapere chi li abbia aiutati”. L’accusa politica è chiarissima. Molto più di un sospetto. “Molto probabilmente hanno forti appoggi da parte di chi, in Italia, ha ancora il potere in mano“.

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