Sanremo, basta melassa. Ridateci le vallette e pure Orietta Berti che canta con i Maneskin

sabato 6 Marzo 17:57 - di Annalisa Terranova
Sanremo

Dice Gaia Tortora (su Twitter) e noi applaudiamo: ma ancora stiamo a polemizzare su direttrice/direttore? Che palle. Appunto. Possibile che Sanremo liberi la “femminista che è in te”, manco fossimo in un’assemblea 8 marzo degli anni Settanta? Pare di sì.

Le tardofemministe e il maschilista Fiorello

E ciò è alquanto bizzarro perché tutta la disputa che si sviluppa sulle parole di Barbara Palombelli e su quelle di Beatrice Venezi avviene mentre i conduttori maschi se la spassano incuranti delle polemiche. Le questioni gender per loro sono superate e non impediscono a Fiorello di truccarsi la prima sera, di infilzare palloncini a forma di fallo la seconda sera e di fare la terza sera un monologo sulla lunghezza del pene dei gorilla. Un monologo peraltro brillante e spiritoso. Tutto molto maschilista e godibile.

I fiori palleggiati tra maschi e femmine

Le musone invece – prima tra tutte la Lucarelli – stanno lì a disquisire se Beatrice Venezi ha diritto o no di farsi chiamare “direttore”. Stanno lì a twittare veleno perché la Palombelli ha detto che le donne accudiscono i malati di Covid. Accudire, oddio che verbo sessista… Per non dire di quei fiori che i cantanti presuntamente trasgressivi si palleggiano: li diamo a lei o li diamo a lui? O a tutti e due? O non li diamo per niente?

I fiori a una donna: è cosa buona e giusta

E no: con buona pace dei social la tradizione dei fiori di Sanremo non si tocca. Regalare fiori alle donne è civiltà e non sessismo. Tranne che per la madrina di tutte le femministe più tristi, cioè la Simone de Beauvoir giustamente risentita perché il suo Sartre pare avesse bisogno di giovanissime pulzelle per eccitarsi (del resto se ti accompagni a un capoccione comunista te la sei cercata: Marx non andava forse a letto con la cameriera sotto il naso della moglie?). E allora viva l’omaggio floreale alla femminilità. E andate a fare questi dibattiti alla Casa delle donne, con quelle di Non una di meno, e lasciate stare Sanremo.

Viva le vallette di Pippo Baudo

E viva anche i diritti dello spettacolo, che a questo punto esigerebbe anche il ritorno delle vallette. Sì proprio loro, la bionda e la bruna modello Baudo. Quello era genuino antifemminismo fondato sull’estetica, che come diceva il buon Kant a volte sa farsi anche sublime. E invece no, il politicamente corretto ha ucciso le vallette, che pure hanno fatto la storia della tv italiana. E al loro posto abbiamo avuto anni fa la pruriginosa farfallina di Belen (che cattivo gusto) e oggi il possente Ibra come valletto. Un maschio. Bel guadagno… Almeno Sabina Ciuffini, valletta del grande Mike, sdoganò la minigonna in tv. Ma che ne sa la Boldrini?

Orietta Berti meglio di Achille Lauro

Tutto questo per dire che Sanremo è leggerezza, è evasione, è show: non si può scatenare l’inferno da cripto-suffragette per ogni frase, per ogni risata, per ogni battuta. Sanremo e il conformismo del politicamente corretto non possono andare d’accordo.

Sanremo è Orietta Berti (la migliore) che chiama i Maneskin “naziskin” e se ne frega, dopo, del web che infierisce. Lei, con i suoi lustrini, la sua canzone ancorata alla tradizione melodica del “sole, cuore, amore”, è più trasgressiva delle lacrime di sangue di Achille Lauro (che ha attinto dalla devozione popolare mediterranea, che copione!). E ora i Maneskin le chiedono tramite la loro pagina ufficiale di cantare insieme, alla faccia delle cattiverie della rete.

E sarebbe un bel vedersi, all’Ariston, una meravigliosa chicca destinata a cancellare le esibizioni impegnate stile Stato sociale che rifanno Bennato  (questa la devo al prof. Ivo Germano. Suoi i migliori commenti alle canzoni in gara. Inarrivabili).

 

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