Coronavirus, i ricercatori italiani: ecco perché alcuni malati sono più gravi di altri

sabato 12 settembre 8:02 - di Edorado Valci
coronavirus

La risposta all’infezione da coronavirus non è uguale per tutti. Varia da individuo a individuo. Alcuni pazienti sviluppano sintomi più gravi di altri. Le ragioni delle differenze osservate nella gravità della malattia Covid-19 sono per lo più ancora sconosciute. Ma una risposta arriva da uno studio pubblicato da Cell Systems. Due ricercatori del Centro di complessità e Biosistemi dell’Università di Milano – Caterina La Porta e Stefano Zapperi – hanno dimostrato che il riconoscimento immunitario differisce molto a seconda della persone. E potrebbe quindi spiegare perché si possa rispondere in modo diverso al virus.

Coronavirus e classi di molecole

Quando una cellula è infettata da un virus, espone sulla sua superficie frammenti delle proteine virali, o peptidi, in associazione con molecole Hla (Antigene leucocitario umano). Esistono due classi di molecole Hla: classe I e classe II. Le molecole Hla di classe I sono esposte sulla superficie di tutte le cellule nucleate. Innescano l’attivazione delle cellule T che poi distruggono la cellula infetta. Le molecole Hla differiscono da individuo a individuo, così come la loro capacità di legare i frammenti virali e di esporli sulla superficie della cellula.

Il legame con i peptidi

Nel loro studio sul coronavirus, gli autori hanno utilizzato reti neurali artificiali per analizzare il legame dei peptidi Sars-CoV-2 con le molecole Hla di classe I. In questo modo, hanno identificato due serie di molecole Hla presenti in specifiche popolazioni umane. La prima serie mostra un debole legame con i peptidi del virus, mentre la seconda mostra un forte legame e una forte propensione per le cellule T.

Coronavirus e strategie preventive

La spiegazione arriva da Stefano Zapperi, professore del dipartimento di Fisica. «Le reti neurali artificiali», afferma, «sono in grado di analizzare enormi quantità di dati sperimentali accumulati nel corso degli anni sulle affinità di legame Hla per produrre nuove previsioni per la Sars-CoV-2». «Il nostro lavoro offre un utile supporto per identificare la suscettibilità individuale alla Covid-19 e illustra un meccanismo alla base delle variazioni della risposta immunitaria alla Sars-CoV-2», continua Caterina La Porta, docente di Patologia Generale presso il dipartimento di Scienze e politiche ambientali. E conclude: «Questo lavoro apre interessanti prospettive per un pre-screening della popolazione per sviluppare strategie preventive».

Un altro studio: il doppio danno ai polmoni

Quando il coronavirus provoca un doppio danno al polmone, rovina sia gli alveoli che i capillari polmonari. Allora la mortalità dei pazienti in terapia intensiva aumenta sensibilmente. È il meccanismo scoperto e descritto da uno studio italiano, capofila il Sant’Orsola di Bologna. A pubblicarlo è il Lancet Respiratory Medicine. I risultati consentiranno di individuare rapidamente chi è più a rischio, così da mirare le terapie. Due esami identificano questa condizione la cui diagnosi precoce, assieme al supporto delle massime cure disponibili in terapia intensiva, si stima possa portare a un calo della mortalità fino al 50%.

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