Campo largo allo sbando
Romano Prodi getta la spugna e si aggrappa ai miracoli: ce l’avessimo noi una come la Meloni…
Politica - di Gloria Sabatini - 6 Giugno 2026 alle 11:36
“Ce l’avessimo una come lei”. È la frase dal sen fuggita a Romano Prodi, alle prese con le défaillance del campo largo e la disobbediente Elly Schlein che si ostina a non ascoltare il padre nobile dell’Ulivo. Il professore di Bologna sogna ad occhi aperti: alle sgangherate truppe progressiste servirebbe una Giorgia Meloni. Proprio così. Non è una conversione verso i lidi del centrodestra, ça va sans dire. Ma un’ammissione di debolezza intrinseca. È lei, l’underdog di Fratelli d’Italia, la premier dei miracoli, la post-fascista che ha sedotto socialisti e progressisti di mezzo mondo nel nome della realpolitik, la statista che la stampa internazionale è costretta a incoronare quello che manca ai compagni di oggi. Soltanto una con il profilo della ‘piccola’ Giorgia potrebbe evitare una Caporetto elettorale. Altro che remuntada e spallate.
Prodi spera nel miracolo: ci servirebbe una come lei (Meloni)
Romano Prodi – come ragione Francesco Verderami oggi sul Corriere della Sera – sa bene che la navigazione a vista del campo largo non durerà in eterno senza schiantarsi su uno scoglio. Già a novembre aveva lanciato più volte l’Sos, preoccupato dell’assenza di strategia delle opposizioni incapaci di mettere in piedi un’alternativa credibile di governo. I mesi passano e il malato peggiora. Il progressivo e testardo spostamento verso i 5Stelle della barra del timone dem continua a mietere vittime, dentro e fuori casa. Scappano dal Nazareno i moderati, preparano la rivincita i cattodem mentre Elly fa spallucce e rilancia progetti pericolosi come la patrimoniale. Messa all’indice da tutti gli analisti economici seri, non solo dai “ricconi amici del governo”. Argomento scivoloso che stava per mandare a sbattere proprio Romano Prodi nel 2006 (anno della foto che pubblichiamo insieme a una giovanissima Meloni).
In politica estera non va meglio. Ideologia pacifista, slogan d’antan, zero capacità di realismo. Ogni dossier di politica internazionale è un corto circuito per il Nazareno. Dal riarmo europeo alla postura in Medioriente, dalle missioni all’estero al nodo Palestina è una Babele di lingue imbarazzante.
L’allarme inascoltato del fondatore dell’Ulivo e la paura del voto
Prodi lo vede, lo sa bene. Prodi osserva e lavora ai fianchi. Ma quando cerca di contro-manovrare rimane per lo più inascoltato. Unico collante del campo largo, un po’ ringalluzzito dall’esito referendario e subito tornato in depressione con le amministrative, le urla contro la deriva autoritaria del ‘pericoloso’ governo Meloni. Dal tailleur indossato il 2 giugno all’assenza al vertice sui Balcani: ogni giorno per le opposizioni è una faticosa “pesca delle occasioni”. Un po’ poco per presentarsi agli elettori come una solida alternative alla destra, che non occupa abusivamente Palazzo Chigi essendo stata scelta dagli italiani. Esperienza poco praticata a sinistra.
Non bastano i leader costruiti in provetta da Renzi e Franceschini
La rivolta sociale di Landini, la piazza rossa del Primo maggio, i fantocci dei ministri a testa in giù, le violenze pro Pal, le pagliacciate della Flotilla non sono proprio il migliore biglietto da visita per la remuntada. I ben informati raccontano che Prodi sia piuttosto irritato perché, malgrado l’età e gli impegni ‘familiari’, si era mosso in tempo per dare una mano alla baracca. Magari con un Ulivo 3.0 o un nuovo Asinello. Ma nessuno lo ascolta sul serio, nessuno dei dilettanti allo sbaraglio, per lo più presuntuosi, vuole metterci la faccia mentre Elly continua il suo personale derby a distanza con Giuseppe Conte. Con questi dirigenti – viene da dire parafrasando Nanni Moretti – non vinceranno mai. Per questo servirebbe una Meloni. E non basta l’instagrammabile Silvia Salis, cresciuta nel laboratorio di Renzi e Franceschini.