Bandiere rosse
Trump vola da Xi e Prodi riscopre il fascino del Celeste Impero: ma a sinistra non è l’unico “innamorato” di Pechino
Mentre Washington tratta con Pechino da avversario strategico, la sinistra italiana riscopre il Celeste Impero con l’entusiasmo di una vecchia militanza mai davvero archiviata. Da Prodi a D’Alema fino a Conte, il fascino della Cina resta l’unica costante geopolitica del campo largo
Politica - di Alice Carrazza - 13 Maggio 2026 alle 14:22
La scena è irresistibile. Fino a ieri Donald Trump veniva descritto dalla sinistra come il barbaro populista deciso a demolire l’ordine mondiale. Poi è bastato un volo per Pechino perché lo stesso Trump diventasse il protagonista del “dialogo che serve al mondo”. Parola di Romano Prodi, che nel suo editoriale sul Messaggero ha descritto il vertice sino-americano alle porte con toni così concilianti da sembrare più vicini a un comunicato del Dipartimento propaganda — e non è un eufemismo — del Partito comunista cinese che a un’analisi europea di politica estera.
Bandiere rosse per il Celeste Impero
Del resto, si sa, quando si parla di Cina, una certa sinistra perde da sempre ogni residuo spirito critico. Le bandiere rosse, che in Europa vengono riposte con prudenza lessicale e revisioni storiche, tornano improvvisamente a sventolare appena si intravede il profilo del Celeste Impero.
La fascinazione infatti non nasce oggi. È storia di lunga data ormai. Dalle infatuazioni maoiste degli anni Settanta fino ai sofisticati elogi contemporanei della “multipolarità”, la Cina continua a esercitare sui compagni nostrani un’attrazione singolare… Sinistra, verrebbe da dire. Perché la terra di Xi riesce a incarnare tutto ciò che quella cultura politica continua ambiguamente ad ammirare: il primato del partito unico, il conformismo ideologico elevato a sistema, l’autoritarismo presentato come efficienza modernizzatrice e una repressione che, improvvisamente, di una curiosa versione del diritto internazionale reperibile quasi esclusivamente nei salotti radical chic, dove i diritti umani diventano improvvisamente negoziabili.
Prodi portavoce dell’Impero Celeste
Folgorato sulla via della Seta non poteva che esserci dunque il buon Romano Prodi. Per anni interlocutore privilegiato della leadership cinese, ospite della scuola del Partito comunista, teorico di un rapporto tra Italia e Cina “assai più stretto e operativo” rispetto a quello degli altri partner europei. Una coerenza geopolitica quasi ammirevole, bisogna riconoscerlo. Cambiano governi, crisi internazionali e equilibri mondiali, ma il Professore resta fedele alla linea. Quella di Pechino.
Accanto a lui Massimo D’Alema, immortalato perfino alla parata militare di piazza Tienanmen insieme a Vladimir Putin e Kim Jong-un. E poi Giuseppe Conte, l’unico leader del G7 ad aver trascinato l’Italia dentro la Belt and Road Initiative del Dragone, celebrata dall’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio come “una grande vittoria”. Era anche la stagione del progetto Ferretti nell’area ex Belleli del porto di Taranto: un insediamento industriale legato a un gruppo italiano della nautica già controllato dal colosso cinese Weichai. Non proprio un dettaglio, se si considera il valore strategico dello scalo.Era anche la stagione del progetto Ferretti nell’area ex Belleli del porto di Taranto, con il gruppo della nautica italiana finito sotto il controllo del colosso cinese Weichai. Si apriva le porte di casa ai cinesi, per farla breve. Ma dopotutto, lo stesso fondatore dell’M5s Beppe Grillo veniva accolto in Estremo Oriente come conferenziere e interprete ideale del nuovo verbo cinese.
Realpolitik o fascinazione ideologica?
Naturalmente Pechino non ha bisogno di tifoserie romantiche. Xi Jinping ragiona in termini di potenza, catene logistiche, semiconduttori, energia e controllo strategico. E a Washington Trump lo ha capito, identificandolo come principale competitor degli Usa.
Non a caso il vertice Trump-Xi si svolge sullo sfondo di una guerra economica feroce, delle tensioni su Taiwan, delle restrizioni tecnologiche americane e persino di un conflitto sotterraneo di intelligence. Negli Stati Uniti il dibattito sulle operazioni d’influenza cinesi è ormai quotidiano.
Eppure in Italia il riflesso resta sempre lo stesso: minimizzare, relativizzare, sorridere con indulgenza. Ci si interroga ossessivamente sulle presunte derive sovraniste dell’Occidente democratico, mentre ogni prudenza evapora appena entrano in scena Pechino, il renminbi e il “dialogo necessario”.
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