Indecenza rossa
Spagna, 115 morti e due tragedie dopo, il ministro di Sanchez si dimette. Alla buon’ora
Dopo i disastri di Adamuz e Urda, Oscar Puente lascia il governo. «Vi do fastidio perché lavoro molto bene», diceva
Meglio tardi che mai. Sono serviti due disastri ferroviari, 115 morti in nove mesi e una crisi di fiducia senza precedenti nell’alta velocità spagnola perché il ministro socialista dei Trasporti, Oscar Puente, decidesse di lasciare la poltrona. Sei giorni dopo la tragedia di Urda, nella provincia di Toledo, costata la vita ad almeno 69 persone, l’esponente del governo di Pedro Sanchez ha annunciato le dimissioni, rinunciando anche alla candidatura come capolista del Psoe a Valladolid per le elezioni del 29 novembre. Un passo indietro arrivato quando la pressione politica era diventata difficile da sostenere, anche all’interno della maggioranza progressista.
Servivano centinaia di morti
«Un ministro dei Trasporti non può continuare con due incidenti di questa gravità in meno di un anno», ha riconosciuto finalmente Puente al termine di un’audizione parlamentare durata quattro ore, invocando adesso «dignità politica, coerenza ed empatia verso le vittime». Parole che sollevano una domanda: perché lo stesso principio non aveva prodotto conseguenze dopo il disastro di Adamuz, in Andalusia, dove il 18 gennaio avevano perso la vita 46 persone?
Le tragedie
Il 28 ottobre, alle 8.53, un treno Ave di Renfe ha travolto un convoglio Iryo rimasto fermo sulla linea Madrid-Siviglia. Poco prima, un’avaria aveva mandato fuori servizio il sistema di sicurezza LZB. Il centro di controllo di Adif aveva quindi autorizzato la ripartenza dell’Ave, nonostante la presenza dell’altro treno sulla stessa linea.
Puente aveva definito quella decisione «inspiegabile», parlando di un possibile errore umano. Ma le indagini sono ancora aperte e la questione riguarda anche le procedure predisposte per impedire che un singolo errore possa trasformarsi in una catastrofe. Sotto osservazione è finito inoltre il mancato completamento della transizione al più moderno sistema ERTMS.
Una vicenda che ha incrinato persino la compattezza della sinistra iberica. Ada Colau, candidata alla presidenza del governo per il Frente Amplio, aveva reclamato l’uscita del ministro per ragioni di «umanità» ed «empatia». Dal Partido Popular, invece, è arrivata la richiesta di accertare responsabilità che vadano oltre le dimissioni.
Il ministero degli scandali
Per comprendere l’imbarazzo dei socialisti bisogna però riavvolgere il nastro al 2018. Al ministero dei Trasporti sedeva allora José Luis Ábalos, fedelissimo dell’idolo della sinistra salottista nostrana. Lo stesso dirigente che, dopo l’uscita dal governo nel 2021, sarebbe stato travolto dall’inchiesta sulle tangenti.
A giugno il Tribunale Supremo lo ha condannato a 24 anni e tre mesi di carcere, mentre al suo ex braccio destro Koldo García sono stati inflitti 19 anni e otto mesi. Tra tangenti, favori e assunzioni pilotate, nell’inchiesta sono finite anche le donne vicine all’ex ministro.
Amanti e scambi di favori
A cominciare da Jéssica Rodríguez, sua amante, sistemata nelle società pubbliche Ineco e Tragsatec, dalle quali ha percepito quasi 44mila euro senza svolgere alcuna attività lavorativa. C’è poi Claudia Montes, ex miss Asturias, assunta in Logirail, società controllata da Renfe, grazie all’intervento dell’allora titolare del dicastero, secondo quanto ricostruito dai giudici.
Sono vicende giudiziarie distinte dagli incidenti ferroviari, certo. Ma raccontano quanto il dicastero sia diventato politicamente problematico durante gli anni di Sanchez.
Puente, arrivato nel 2023, aveva scelto un registro diverso: presenza incessante sui social, polemiche con gli avversari e persino ironia televisiva sui guasti dei treni. Dopo Adamuz aveva rivendicato in Parlamento: «Vi do fastidio perché lavoro molto bene». Adesso, avrà il coraggio di dirlo ancora?