Il dovere della complessità
Il museo che restituisce Sironi alla storia: perché la prossima apertura è una scelta di maturità culturale
Con il nuovo museo che aprirà a Roma nella primavera del 2027, lo Stato riporta all'attenzione del pubblico uno dei protagonisti più importanti e controversi del Novecento italiano
La prossima apertura a Roma del Museo Mario Sironi – Centro Studi Sironiani, annunciata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, rappresenta un’occasione importante per tornare a riflettere su una delle personalità più significative e complesse dell’arte italiana del Novecento. Il nuovo istituto, destinato a sorgere a Roma nella Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra, in piazza Adriana, dovrebbe aprire nella prima metà del 2027, al termine degli interventi di adeguamento e allestimento già avviati.
Il valore del Museo Sironi
Non si tratta soltanto di una nuova sede espositiva, ma della volontà di costruire un luogo permanente di conservazione, ricerca e conoscenza dedicato a un artista la cui opera continua a interrogare la nostra storia. Giuli ha definito il progetto il punto qualificante del proprio mandato, indicando nella riscoperta di Sironi un’occasione di maturità culturale, capace di restituire alla collettività un patrimonio di straordinario valore. Una scelta che porta con sé una questione più ampia: il rapporto fra memoria storica, giudizio politico e riconoscimento del valore culturale.
L’artista e il suo tempo
Mario Sironi non fu un artista occasionalmente vicino al fascismo, né un intellettuale che si limitò a mettere la propria produzione al servizio delle istituzioni del tempo. La sua adesione fu convinta e duratura. Condivise il fascismo anche quando, dopo il 1945, il mondo politico e culturale nel quale aveva creduto era ormai crollato. Sarebbe dunque storicamente scorretto separare la sua esperienza artistica dalle sue convinzioni politiche, come sarebbe altrettanto riduttivo esaurire la sua opera in quella scelta.
Negli anni Venti e Trenta Sironi fu tra i protagonisti di una ricerca che ambiva a restituire all’arte una funzione pubblica, civile e collettiva. Non esistette un unico linguaggio estetico imposto uniformemente dal regime, ma certamente ci fu il tentativo di elaborare un’arte che esprimesse il sentire fascista, la sua concezione della comunità nazionale, il rapporto fra individuo e collettività, la centralità del lavoro e la dimensione monumentale dello Stato. Sironi partecipò a questo progetto con una convinzione che non può essere liquidata come semplice opportunismo.
La pittura come espressione di una civiltà
La pittura murale fu il terreno privilegiato di questa ricerca. Nel testo Pittura murale del 1932 e nel Manifesto del 1933, sottoscritto insieme a Massimo Campigli, Carlo Carrà e Achille Funi, Sironi sostenne la necessità di superare i limiti del quadro da cavalletto per restituire all’arte una funzione sociale. L’opera doveva uscire dai circuiti del collezionismo privato e delle esposizioni per tornare a essere patrimonio della collettività. Nel Manifesto si arrivava esplicitamente a prospettare un’«Arte Fascista», chiamata a esprimere attraverso lo stile lo spirito della nuova civiltà.
La riflessione di Sironi si inseriva in un dibattito più ampio sulla funzione dell’arte nella società contemporanea, che trovò anche in Giuseppe Bottai uno dei suoi interlocutori istituzionali e culturali. Attraverso la propria attività politica e il ruolo svolto alla guida del Ministero dell’Educazione Nazionale, Bottai si confrontò con il rapporto fra modernità artistica, identità nazionale e funzione pubblica delle istituzioni culturali. Non si trattò certo di una dipendenza teorica o di un rapporto diretto di influenza, ma di una significativa convergenza intorno alla necessità di superare l’isolamento dell’opera e restituire all’artista una funzione nella vita collettiva.
La pittura murale diventava così uno strumento di educazione e formazione civile: non soltanto portare l’arte al popolo, ma orientare il popolo verso l’arte, riconoscendo all’immagine pubblica la capacità di contribuire alla costruzione di una coscienza comune. Sironi fu uno degli interpreti più coerenti di questa concezione sul terreno delle arti figurative.
Il confronto con Diego Rivera
La sua ricerca aveva peraltro una dimensione internazionale. È interessante, a questo proposito, il confronto con Diego Rivera: entrambi attribuivano alla pittura murale il compito di sottrarre l’arte alla dimensione elitaria del collezionismo per restituirla alla collettività. Ma profondamente differenti erano le concezioni politiche e sociali che animavano i due progetti.
In Rivera il muro diventava il luogo della narrazione rivoluzionaria, della storia dei lavoratori e delle lotte popolari; in Sironi era chiamato a rappresentare la comunità nazionale, la sua continuità storica e la concezione fascista dello Stato. Una comune aspirazione alla funzione pubblica dell’arte, dunque, ma due visioni del mondo inconciliabili.
Sironi tradusse le proprie convinzioni in opere di grande impegno monumentale: dall’affresco L’Italia fra le Arti e le Scienze per l’Università La Sapienza al mosaico L’Italia corporativa, fino agli interventi per il Palazzo di Giustizia di Milano e la Casa Madre dei Mutilati di Roma. La potenza delle figure, la severità delle architetture e il senso tragico che attraversa anche i suoi paesaggi urbani testimoniano una ricerca formale che non può essere ricondotta alla sola funzione celebrativa. La sua pittura possiede una forza che supera il contingente politico, pur essendo nata anche dentro quel progetto culturale.
Dopo la sconfitta, la solitudine
La vicenda di Sironi non si concluse con la fine del regime. Nel 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, confermando una fedeltà alle proprie convinzioni che non venne meno neppure quando la sconfitta aveva travolto il mondo nel quale aveva creduto. Nel dopoguerra dovette confrontarsi con l’isolamento, con la perdita della centralità pubblica e con un ambiente culturale profondamente mutato.
A questa frattura storica si aggiunse una tragedia privata: nel 1948 la figlia Rossana si tolse la vita, appena diciottenne. Fu un dolore che segnò profondamente l’esistenza dell’artista. Sironi continuò a dipingere fino alla morte, nel 1961, ma la produzione degli ultimi anni si fece sempre più tormentata, attraversata da figure disgregate e immagini nelle quali sembrano riflettersi la perdita e la dissoluzione di ogni certezza.
Non sarebbe giusto trasformare questa vicenda in un racconto di vittimismo. Sironi aveva compiuto le proprie scelte e non rinnegò mai le convinzioni che lo avevano accompagnato. Ma sarebbe altrettanto ingiusto ignorare il dramma umano di un uomo che vide scomparire il mondo nel quale aveva creduto e dovette affrontare una condizione personale particolarmente dolorosa.
Un museo per restituire Sironi alla storia
La scelta della sede romana assume un significato particolare. La Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra, progettata da Marcello Piacentini, conserva nel proprio Sacrario due grandi affreschi realizzati da Sironi nel 1938. Il nuovo museo nascerà dunque in un luogo direttamente legato alla sua attività, nel quale il rapporto fra pittura, architettura e funzione pubblica dell’arte sarà immediatamente riconoscibile.
Il progetto prevede trenta opere acquistate dallo Stato, alle quali si aggiungeranno novanta lavori concessi in comodato dall’Archivio Mario Sironi. Dipinti, disegni, studi preparatori e bozzetti documenteranno le diverse stagioni della sua produzione. Di particolare rilievo sarà il Centro Studi Sironiani, destinato a rendere consultabile anche il patrimonio documentario dell’archivio attraverso un progetto di digitalizzazione.
Dalla riscoperta a un progetto organico di politica culturale
Negli ultimi anni mostre, studi, pubblicazioni e iniziative di valorizzazione hanno contribuito a riportare Sironi all’attenzione della critica e del pubblico. Sarebbe ingiusto non riconoscere il lavoro svolto da studiosi, archivi e istituzioni culturali che hanno custodito e approfondito la sua eredità. È mancato, tuttavia, un progetto istituzionale organico che trasformasse questo interesse in una scelta permanente di politica culturale. Il nuovo museo potrebbe colmare proprio questa lacuna, raccogliendo e mettendo in relazione un patrimonio di opere e documenti, sostenendo la ricerca e offrendo al pubblico un luogo stabile nel quale conoscere l’artista e il suo tempo.
Non meno significativa è la composizione del Comitato scientifico, nel quale figurano studiosi come Gabriella Belli, Fabio Benzi, Elena Pontiggia e Alessandra Tarquini, insieme ad altri specialisti di storia dell’arte e del Novecento. Una presenza qualificata che dovrà garantire al museo un’impostazione scientifica all’altezza del progetto.
L’artista oltre la politica
La grandezza di un artista non cancella le sue scelte politiche. Ma le sue scelte politiche non possono diventare una ragione per sottrarre le sue opere alla storia dell’arte. Non si tratta di riabilitare un uomo o di restituirlo a una parte politica che appartiene ormai alla storia, ma di riconoscergli il posto che gli compete nella vicenda artistica e culturale del nostro Paese.
La prova che attende il nuovo museo sarà proprio questa: non attenuare le contraddizioni di Sironi, non trasformarle in un motivo di rimozione, ma renderle parte di una conoscenza finalmente completa. Una cultura matura non ha bisogno di assolvere il passato, né di condannarlo preventivamente. Ha bisogno di comprenderlo. E Mario Sironi, con tutta la sua grandezza e tutte le sue contraddizioni, merita di essere conosciuto.