Sparito nel nulla
Strage di Casalotti, 100 giorni di caccia a Shahadat Hossain: dopo la fuga i sospetti sulla mafia bengalese
Cento giorni e ancora nessuna cattura. Cento giorni di segnalazioni, controlli e piste battute durante i quali Shahadat Hossain, il cittadino bengalese di 43 anni ricercato per la strage di Casalotti, è riuscito a far perdere le proprie tracce e, secondo l’ultima ricostruzione investigativa, sarebbe risalito lungo l’Italia fino a Venezia per poi dirigersi verso i Balcani.
La sera del 26 giugno, in un appartamento di via Montiglio, nella periferia nord-occidentale della Capitale, sono stati uccisi Kamal Uddin, 40 anni, sua moglie Momotaj Hosne Jahan, 38, e la loro bambina Islam Arowa, di appena otto anni.
Il figlio maggiore, Amir Hossain Ayan, 20 anni, è stato inseguito e gravemente ferito alla testa. L’aggressione, proseguita dalle scale della palazzina fino alla strada, è stata interrotta dalle urla di un passante. Amir è sopravvissuto ed è stato operato al Gemelli. È lui il testimone chiave: nei giorni successivi, ancora impossibilitato a parlare, avrebbe scritto a mano il nome di Shahadat Hossain.
Da quella notte è partita la caccia all’uomo: fotografia e generalità diffuse con l’autorizzazione della Procura, controlli nelle stazioni, negli aeroporti, alle partenze degli autobus internazionali e alle frontiere. Eppure Hossain non è stato trovato.
Da Tiburtina a Venezia, poi la pista della Serbia
La svolta più recente risale a fine settembre. Dopo la strage Hossain non sarebbe fuggito subito all’estero: avrebbe trascorso alcune notti nascosto a Roma e poi raggiunto la stazione Tiburtina. Da lì il viaggio verso Nord, in autobus e probabilmente in treno, fino a Venezia, dove si collocherebbe l’ultimo avvistamento. Poi la pista porterebbe ai Balcani, in particolare alla Serbia.
Se la ricostruzione sarà confermata, la domanda diventa un’altra: come ha fatto a attraversare l’Italia mentre era in corso una caccia all’uomo? Ha fatto davvero tutto da solo?
Il nodo dei possibili fiancheggiatori
Gli investigatori hanno ricostruito la rete dei suoi rapporti personali, politici e comunitari e lavorato sulle comunicazioni disponibili. Bisogna capire dove abbia dormito nelle prime notti e chi possa avergli dato denaro, un passaggio, informazioni o documenti. Per finanziare la partenza avrebbe usato anche soldi e gioielli sottratti nell’abitazione delle vittime, ma il denaro da solo non basta a spiegare una sparizione di oltre tre mesi.
Sui social Hossain si presentava come esponente del Bangladesh Nationalist Party, ma dopo la strage alcuni rappresentanti del partito a Roma hanno ridimensionato il ruolo che rivendicava. L’interesse investigativo è un altro: chi deve scomparire all’improvviso ha bisogno di contatti, e individuarli significa risalire a chi lo ha aiutato.
Amir, sopravvissuto ma ancora nella paura
C’è poi un’altra latitanza, quella di Amir dalla normalità. A vent’anni si è ritrovato senza padre, madre e sorellina. A metà luglio il suo avvocato, Fabrizio Gallo, ha chiesto agli inquirenti una tutela per il ragazzo, ritenendo la sua sicurezza a rischio finché il presunto aggressore resta libero. È forse l’immagine più dura della vicenda: l’unico sopravvissuto convive con l’idea che l’uomo accusato di avergli cancellato la famiglia sia ancora in libertà. E che dietro ci sia una rete criminale bengalese o mafia, che dir si voglia.
Anche Casalotti ha vissuto giorni di paura, tra avvistamenti, telefonate al 112 e messaggi nelle chat di quartiere. Ma ha risposto anche con la fiaccolata di piazza Ormea, dove centinaia di persone, compresi i compagni di scuola della piccola Arowa, hanno ricordato una bambina che non tornerà in classe.
Gelosia e denaro: il movente
Inizialmente l’attenzione si è concentrata sull’ossessione che Hossain avrebbe nutrito per Momotaj Hosne Jahan. Poi è emerso anche il denaro: tra lui e Kamal Uddin sarebbero esistite questioni economiche. Elementi sentimentali ed economici potrebbero essersi sovrapposti, e una fuga organizzata con tanta rapidità lascia aperta una domanda: che cosa c’era intorno a Hossain?
I sospetti sulle reti criminali bengalesi
È qui che il caso incontra un tema finito sotto i riflettori di politica e magistratura. L’espressione mafia bengalese va usata ovviamente con cautela: allo stato delle informazioni pubbliche, non risulta dimostrato che Hossain appartenesse a un’organizzazione mafiosa, né che la strage sia riconducibile a una struttura criminale di questo tipo.
Esiste però un fenomeno documentato: organizzazioni che lucrano sull’immigrazione dal Bangladesh, sui visti e sul sistema dei decreti flussi. Il senatore Gianluca Cantalamessa ha chiesto al Viminale di verificare la presenza in Italia di una struttura organizzata di matrice bengalese attiva in questo ambito.
Le inchieste ne restituiscono la dimensione. A novembre 2025 un’indagine dei Carabinieri, coordinata dalla Dda dell’Aquila, ha colpito un sodalizio accusato di aver favorito l’ingresso di centinaia di stranieri, soprattutto bengalesi, con offerte di lavoro fittizie e profitti superiori ai tre milioni di euro. A giugno la Dda di Lecce e la Procura di Taranto hanno eseguito trenta misure cautelari per un’associazione che avrebbe chiesto fino a 6.500 euro per nulla osta e visti.
Cento giorni dopo, il sospetto sulla mafia bengalese di cui nessuno parla
Non possiamo parlare di mafia bengalese, ma chi ha dato ospitalità al killer in giro per mezza Europa? Gli sono bastate amicizie e conoscenze, o c’è stata una rete più organizzata? Non basta per dire che un’organizzazione abbia protetto Hossain, né per trasformare la “mafia bengalese” in una verità giudiziaria.
Ma basta a rendere inevitabile la domanda: quanto sappiamo davvero delle reti di relazioni e di denaro cresciute attorno a una comunità numerosa e inserita nel tessuto delle nostre città? Tocca agli investigatori stabilirlo. Ma dopo cento giorni la domanda non è solo: dov’è l’autore della strage di Casalotti? Ma anche: chi lo protegge?