L'Italia fa scuola
Effetto Meloni: anche il Portogallo avvia una stretta sull’immigrazione. “Accogliere sì, ma non chiunque”
Il premier portoghese rivendica a Strasburgo la linea dura sui migranti. Ingressi legali secondo le esigenze dell’economia, controllo dei flussi e difesa dei confini: a Lisbona prende forma una linea sempre più vicina a quella sostenuta dall’Italia
Esteri - di Alice Carrazza - 6 Ottobre 2026 alle 15:32
«Le porte del Portogallo, che sono anche porte dell’Unione europea, non sono chiuse. Questo non significa che siano spalancate indiscriminatamente a chiunque». A Strasburgo Luís Montenegro condensa in una frase la nuova politica migratoria portoghese e la porta direttamente all’attenzione dell’Europa. Non più soltanto una stretta nazionale, dunque, bensì un modello che Lisbona rivendica apertamente: ingressi legali quando servono all’economia, controllo dell’immigrazione irregolare, integrazione commisurata alla capacità di accoglienza e frontiere che tornano a essere una responsabilità dello Stato.
Basta frontiere aperte: “Insostenibile”
Il premier portoghese parte da un dato politico prima ancora che statistico. Negli ultimi anni, ricorda, il Portogallo ha assistito a «un aumento esponenziale del numero di cittadini stranieri». Una dinamica diventata, nelle sue parole, «insostenibile». Da qui la risposta del governo: «Abbiamo realizzato una riforma strutturale e modificato le leggi sugli stranieri, sulla nazionalità e sui rimpatri».
Non una correzione marginale, dunque. Lisbona ha rimesso mano all’intera architettura della politica migratoria, provando a spostare il sistema dall’ingresso poco governato alla selezione dei flussi.
La stretta portoghese è diventata legge
Il passaggio di Strasburgo arriva poche settimane dopo l’entrata in vigore di un altro tassello della riforma. Superato il vaglio della Corte costituzionale alla fine di agosto, la legge 62/2026 è stata pubblicata il 10 settembre e disciplina, tra l’altro, nuove procedure di accompagnamento alla frontiera per i cittadini di Paesi terzi ai quali venga respinta la richiesta di protezione internazionale.
Il nuovo quadro rafforza inoltre gli strumenti per l’allontanamento degli irregolari e recepisce parte del Patto europeo su migrazione e asilo. Parallelamente, il governo ha irrigidito anche la disciplina sulla cittadinanza: da maggio, per la naturalizzazione, servono sette anni di residenza legale per i cittadini dei Paesi lusofoni e dell’Unione europea, dieci per gli altri stranieri. Più severi anche alcuni requisiti relativi ai figli di immigrati nati sul territorio portoghese.
Montenegro, dunque, a Strasburgo non annuncia ciò che vorrebbe fare. Rivendica ciò che il suo governo di centrodestra ha già cominciato a mettere in pratica prima.
Immigrazione legale, non immigrazione senza regole
Ed è qui che la posizione portoghese acquista un profilo più interessante della semplice formula “porte chiuse”. Montenegro non propone affatto di azzerare gli ingressi. Sostiene, al contrario, che il Portogallo abbia bisogno di «immigrazione legale», anche per rispondere alle necessità demografiche della propria economia, di cui il Paese ben conosce limiti e potenzialità.
La distinzione è decisiva. Il governo mantiene canali per l’arrivo di lavoratori stranieri, compreso il protocollo sulla migrazione lavorativa regolata, legandoli però alla domanda del sistema produttivo e a procedure definite in anticipo.
Il modello rivendicato dal premier è dunque un equilibrio fra controllo, integrazione, necessità economiche, identità e capacità di accoglienza. «Possiamo combinare un controllo responsabile con un’integrazione umanistica», ha spiegato, assicurando le esigenze demografiche dell’economia senza rinunciare a «preservare la propria identità» e a proteggere i confini.
Da Roma a Strasburgo, la sintonia con Meloni
Una traiettoria che incrocia sempre più chiaramente quella sostenuta dal presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. E il punto d’incontro non è soltanto teorico. Il 20 luglio Montenegro era a Palazzo Chigi. Nel colloquio con la presidente del Consiglio, l’immigrazione figurava fra i dossier principali. Meloni aveva insistito sulla necessità di rafforzare la dimensione esterna della politica migratoria, lavorando con i Paesi d’origine e intervenendo sulle cause delle partenze. Il premier portoghese aveva parlato, nello stesso incontro, di posizioni «molto convergenti» tra Roma e Lisbona sul rapporto con l’Africa.
A Strasburgo, oggi, quel percorso compie un altro passo. «È questo l’approccio che abbiamo sostenuto e che proponiamo anche per l’Europa: un equilibrio capace di garantire la coesione interna, rispondere alle esigenze dell’economia e proteggere i nostri confini». A decidere quando, come e chi può entrare, però, torna ad essere lo Stato.