Il libro
“Pensare la città”: prospettive future per una Viterbo identitaria e immaginaria
Filippo Rossi firma un libro sulle potenzialità della città tra cultura, storia e visione
Cultura - di Gabriele Caramelli - 18 Ottobre 2026 alle 02:30
Qual è il destino di un centro abitato che resta indietro sulla tabella di marcia dell’innovazione? A questa domanda potrebbero corrispondere tantissime risposte ed è proprio per questo che Filippo Rossi, giornalista e autore del libro Pensare la città – Viterbo immaginaria, leggere il futuro, cerca di anticipare un epilogo deludente con delle soluzioni preventive. Lo scrittore, che ha pubblicato il volume con Rubettino, parte dalla città fuori Roma di cui è originario per spiegare l’importanza di un luogo che sia all’altezza delle aspettative di chi lo abita.
Senza iniziative, dal punto di vista cinematografico e culturale, un posto come Viterbo rischia di rimanere immobile mentre tanti altri avanzano. Un vero peccato, perché come spiega Rossi nel libro, stiamo parlando di una città ricca di storia e cultura, che potrebbe coniugare il proprio patrimonio in modo migliore e sicuramente più adeguato ai tempi moderni. La sua richiesta, da abitante, giornalista e scrittore, resta quella di efficientare quei luoghi che potrebbero animare il centro abitato e invece restano spesso statici e privi di vita propria.
“Pensare la città” di Filippo Rossi
Non è quindi vero che Viterbo non ha le potenzialità per crescere: come lei, tante altre città possono dare tanto e costituire un vero e proprio baluardo di innovazione e tradizione. Ma c’è un tema delicato di cui bisogna tenere conto: l’amministrazione politica, in ambiti come questo, gioca un ruolo fondamentale. Lo spiega bene Filippo Rossi nel libro, sottolineando che senza le proposte di chi gestisce la città, quest’ultima rischia di annichilirsi sotto il peso dell’immobilismo.
La Viterbo immaginaria che può diventare realtà con impegno
La città pensata dall’autore, che richiama il modello di quella immaginaria descritta da Italo Calvino, «è la prima forma di urbanistica: prima dei muri vengono le visioni». Senza un sogno, non rimangono nient’altro che palazzi e monumenti importanti, sepolti sotto un cumulo di disinteresse. Per questo c’è bisogno di architetture «pensate come organismi mobili», che non sono un eccesso futurista, ma un modo per vedere oltre e coniugare il presente, il futuro e persino il passato.