Non ha problemi a confessare che le scene della sua Firenze blindata, con i negozi del centro costretti a fare le barricate, lo hanno fatto esultare. “Non so dire quanto sono grato ai ragazzi per aver fatto oscurare le vetrine del lusso a Firenze: per qualche giorno, la mia città non è stata più un outlet per oligarchi», spiega Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena, sulle pagine della Stampa. La chiama la “primavera italiana”, Montanari, ma non nasconde le differenze tra le manifestazioni italiane e quelle che hanno portato alla vittoria degli studenti in Serbia. Anche se… “Questo movimento ci dice che l’Italia probabilmente sta cominciando ad avere dinamiche simili a quelle dei Paesi europei. Significa che la questione sociale è esplosa e stiamo male, e questa è la cattiva notizia. La buona è che i ragazzi reagiscono all’ingiustizia sociale. E questo potrebbe dare inizio di una nuova stagione culturale, di pensiero, di mobilitazione”, dice.
Montanari e i maranza che fanno ben sperare…
“Non possiamo, né dobbiamo aspettarci che i ragazzi che hanno manifestato nelle ultime settimane, formino un partito e si candidino. Mi sembra curioso addebitare agli studenti il riuscire o meno a fare un partito, visto che gli adulti, da generazioni, non riescono a tirare fuori una sinistra. E visto anche che in Serbia gli studenti hanno preso l’iniziativa ma hanno stretto un’alleanza proprio con gli adulti. Hanno fatto da coagulo per un’intera società che li ha aiutati. È un caso senza precedenti: farne uno standard per dire che i nostri ragazzi non riescono a fare lo stesso è un’acrobazia folle. Anche perché se gli studenti italiani fossero radicali un ventesimo di quanto lo sono quelli serbi, la stessa stampa e i commentatori italiani li chiamerebbe terroristi da mattina a sera. Che ipocrisia. Quello che abbiamo visto nelle piazze racconta che in Italia si muovono dinamiche aurorali, che in piccolo possono ricordare quelle francesi. Le seconde e terze generazioni sono cresciute; la qualità della vita è scesa tanto che il cuscinetto delle economie familiari non funziona più; ci sono persone che si sentono dire ormai tutti i giorni che non saranno mai italiani anche se stanno qui a spaccarsi la schiena”.
Per Montanari, vicino alle posizioni della sinistra radicale, “i movimenti non sono soluzioni che arrivano dall’alto, e il loro scopo non è diventare una forza di sistema, né il loro valore e la loro maturità si misurano dalla capacità che hanno di diventare una forza politica competitiva e vincente. È cosa i movimenti dicono a essere importante”. “Le proteste dei ragazzi italiani mi hanno fatto venire in mente l’enciclica di Paolo VI, Populorum Progressio, del 1967, che diceva: «I ricchi sappiano che i poveri sono alle loro porte”. “I ragazzi si sono accorti che il vero progetto del governo non è la remigrazione, che è inattuabile perché ci farebbe perdere chi svolge lavoro di cura e di vizio, bensì una società per caste con diritti diversi, sull’antico modello spartano… se si teorizza che ci sono degli schiavi, allora poi gli schiavi si ribellano. Il governo fa decreti sicurezza e progetta nuove carceri, ma sta consegnando il Paese alla guerra civile”. “La collera non è una piattaforma politica ma la reazione di chi è trattato come uno schiavo, come una cosa di poco conto, rispetto alla quale la borsa di Prada vale molto di più. Non so dire quanto sono grato ai ragazzi per aver fatto oscurare le vetrine del lusso a Firenze: per qualche giorno, la mia città non è stata più un outlet per oligarchi”, conclude lo storico dell’arte, che neanche una parola, nell’intervista, dedica alla figura del regista dei maranza, quello che in nome dell’Islam, e non della primavera italiana, tesseva la rete della manifestazioni culminate con le devastazioni di piazza.