La svolta sui rimpatri
Migranti, cinque Paesi Ue verso l’intesa con il Ruanda: cade il tabù degli hub esterni, Meloni fa scuola. Retroscena del Financial Times
Il modello dei centri per migranti fuori dai confini dell'Unione europea conquista nuovi sostenitori. Germania, Austria, Grecia, Paesi Bassi e Danimarca sarebbero ormai vicini a un accordo che potrebbe essere annuciato a metà novembre. L'obiettivo è evitare che le difficoltà nell'eseguire un rimpatrio si traducano automaticamente nella permanenza sul territorio nazionale di chi non ha più titolo per soggiornarvi
l modello dei centri per migranti fuori dai confini dell’Unione europea conquista nuovi sostenitori. Germania, Austria, Grecia, Paesi Bassi e Danimarca sarebbero ormai vicini a un accordo con il Ruanda per realizzare un hub destinato ai migranti le cui domande d’asilo sono state respinte. A rivelarlo è il Financial Times, che cita cinque fonti informate sui negoziati. Un’intesa che potrebbe essere annunciata già a metà novembre, durante una conferenza sull’immigrazione a Vienna, e che segnerebbe un’accelerazione nella strategia europea di esternalizzazione delle procedure di rimpatrio.
Il retroscena del Financial Times: accordo con il Ruanda sempre più vicino
Non soltanto dichiarazioni di principio, dunque. Secondo il quotidiano britannico, i cinque governi stanno lavorando a un progetto concreto, con strutture già individuate e un possibile calendario operativo. I primi trasferimenti potrebbero partire tra aprile e maggio 2027, inizialmente con alcune centinaia di migranti, soprattutto dalla Grecia. Il ministro greco dell’Immigrazione, Thanos Plevris, ha indicato gennaio come possibile scadenza per la firma dell’accordo. Una prospettiva che rafforza il peso politico della linea sostenuta da Giorgia Meloni: individuare soluzioni alla gestione dell’immigrazione irregolare anche attraverso la collaborazione con Paesi terzi. Il progetto dei cinque Stati presenta differenze rispetto ai centri italiani in Albania, ma conferma la crescente attenzione europea verso strumenti che fino a poco tempo fa erano al centro di forti polemiche.
Il retroscena del Financial Times: pronti gli edifici finanziati dal Regno Unito
Il particolare più significativo del retroscena del Ft riguarda le strutture che potrebbero ospitare i migranti. I cinque Paesi europei stanno valutando di utilizzare gli edifici realizzati in Ruanda con i finanziamenti del Regno Unito per il programma di trasferimento dei richiedenti asilo, successivamente abbandonato. Tra le ipotesi figurano un complesso residenziale a Gahanga, alla periferia di Kigali, e l’Hope Hostel, nella capitale ruandese. Il programma britannico aveva comportato una spesa complessiva di circa 715 milioni di sterline. Riutilizzare le infrastrutture già disponibili consentirebbe ai governi europei di contenere i costi e accelerare l’avvio del progetto.
C’è però una differenza sostanziale rispetto al precedente britannico: il nuovo piano riguarderebbe inizialmente persone che hanno già ricevuto un diniego alla richiesta d’asilo, non migranti ancora in attesa di una decisione. Secondo le indiscrezioni, sarebbero ospitati in centri aperti, con la possibilità di ottenere permessi di lavoro in Ruanda. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni starebbe inoltre discutendo un possibile ruolo nell’assistenza all’integrazione o nel rientro nei Paesi d’origine. Restano da definire numeri, garanzie giuridiche e modalità operative, mentre organizzazioni e rappresentanti politici europei hanno sollevato interrogativi sulla sicurezza delle persone trasferite e sul rischio di un limbo giuridico.
Dalla riunione di Copenaghen all’intesa con Kigali: la svolta dei cinque Paesi
Le rivelazioni del Financial Times rappresentano un passo avanti rispetto agli impegni assunti nelle precedenti settimane. A Copenaghen, i rappresentanti di Danimarca, Paesi Bassi, Grecia, Germania e Austria avevano già discusso la possibilità di raggiungere accordi con Stati terzi per ospitare centri destinati ai migranti irregolari difficili da rimpatriare. Al termine dell’incontro, il ministro danese dell’Immigrazione aveva illustrato lo stato di avanzamento del progetto, spiegando che il lavoro con gli altri quattro governi aveva raggiunto una fase significativa. Già allora circolavano i nomi di Uganda e Ruanda come possibili partner, senza che fosse arrivata una conferma ufficiale.
Ora il retroscena del quotidiano finanziario britannico indica proprio Kigali come interlocutore privilegiato, dopo che i contatti esplorativi con altri Paesi, tra cui Kenya e Uzbekistan, non avrebbero prodotto risultati. La Danimarca aveva prospettato i primi trasferimenti entro la fine del 2027. Il calendario emerso dalle nuove indiscrezioni è ancora più ravvicinato, con la possibilità di avviare le operazioni già nella primavera del prossimo anno.
Il modello Albania di Meloni e la nuova rotta europea sui rimpatri
Il significato politico dell’iniziativa va oltre il possibile accordo con il Ruanda. La scelta di cinque governi europei di lavorare insieme a un centro esterno all’Unione conferma quanto sia cambiato il dibattito sull’immigrazione. Giorgia Meloni ha fatto della collaborazione con i Paesi terzi uno dei punti qualificanti della propria strategia, a partire dal protocollo con l’Albania. Un’iniziativa che ha incontrato ostacoli giudiziari e contestazioni politiche delle opposizioni, ma che ha contribuito a riportare al centro della discussione europea il tema della gestione dei flussi oltre i confini dell’Ue.
Strumenti più incisivi per contrastare la migrazione illegale
Naturalmente, i due progetti non sono sovrapponibili. Il protocollo Italia-Albania è nato per gestire determinate procedure di frontiera e di rimpatrio sotto giurisdizione italiana. L’iniziativa dei cinque Paesi, invece, punterebbe soprattutto a trasferire in Ruanda persone già destinatarie di un rigetto della domanda d’asilo e per le quali il ritorno nel Paese d’origine risulta difficile. Ma il principio politico che li accomuna è evidente: non limitare la gestione dell’immigrazione irregolare al territorio europeo e costruire accordi operativi con Stati partner.
L’Europa accelera sugli hub esterni: da Vienna potrebbe arrivare l’annuncio
Il progetto si inserisce nel più ampio confronto europeo sulle nuove regole per i rimpatri e sulla possibilità di istituire centri in Paesi terzi. Una discussione che vede diversi governi favorevoli a strumenti più incisivi per rendere effettive le espulsioni, pur nel rispetto degli obblighi internazionali e delle garanzie sui diritti umani. Per i cinque Stati promotori, l’obiettivo è evitare che le difficoltà nell’eseguire un rimpatrio si traducano automaticamente nella permanenza sul territorio nazionale di chi non ha più titolo per soggiornarvi.
Il prossimo appuntamento potrebbe essere la conferenza di Vienna di metà novembre, dove, secondo il Financial Times, potrebbe arrivare l’annuncio dell’intesa con Kigali. Non c’è ancora una firma, ma il negoziato sembra essere entrato nella fase decisiva. E per la linea del governo italiano arriva un ulteriore segnale politico: l’idea di gestire una parte delle procedure migratorie fuori dall’Unione, a lungo contestata, trova oggi nuovi sostenitori tra i governi europei.