Il solito paternalismo
“M. Il figlio del secolo” torna in tv con la lezioncina di Scurati e Augias. Ma la storia non ha bisogno di tutori
Si ripropone l'idea di una pedagogica culturale: una concezione poco rispettosa dell’autonomia del pubblico, trattato come una platea da accompagnare verso la conclusione giusta anziché come una comunità capace di formulare giudizi propri
La riproposizione in chiaro su La7 di M. Il figlio del secolo, tratta dal romanzo di Antonio Scurati, riapre una questione che va ben oltre la rappresentazione di Mussolini: il ruolo che una parte dell’intellettualità italiana si attribuisce nell’orientare il giudizio storico del pubblico.
M. Il figlio del secolo su La7
La serie ha mostrato ambizioni cinematografiche e soluzioni narrative di rilievo. Ma la forza della rappresentazione non coincide necessariamente con la complessità della ricostruzione storica. Più che ripetere le obiezioni già rivolte all’opera, interessa chiedersi perché la sua riproposizione su La7, introdotta da Corrado Augias nella Torre di Babele, si accompagni ad una riflessione sulla funzione pedagogica della cultura.
Lo stesso tema emerge dall’intervista di Augias a Scurati sul Venerdì di Repubblica, dedicata al nuovo libro dello scrittore, Storie di donne e uomini in lotta per la democrazia, laddove si evidenzia la convergenza fra una determinata interpretazione del passato e l’idea che la letteratura debba svolgere una funzione pedagogica. Ma educare alla conoscenza non è la stessa cosa che indirizzare verso una conclusione prestabilita. Ed è questa la differenza su cui vale la pena soffermarsi.
Quando la narrazione prende il posto della storia
Una rappresentazione cinematografica può essere efficace e insieme offrire una lettura storica discutibile. Il rischio è che immagini e caratterizzazione dei personaggi sostituiscano la complessità dei processi: nella trasposizione cinematografica, in particolare, Mussolini appare già segnato dal proprio destino ed il fascismo come un fenomeno compiuto fin dall’origine.
Capire come il fascismo conquistò il potere richiede di interrogare le responsabilità delle classi dirigenti, la crisi dello Stato liberale, la violenza politica e le aspettative di una società uscita dalla guerra. Non per assolvere Mussolini, ma per comprendere le condizioni della sua affermazione.
È il compito della storiografia: spiegare, contestualizzare e sottoporre le interpretazioni alla verifica dei documenti. La lezione di Renzo De Felice e, con un percorso proprio, di Emilio Gentile ha contribuito a restituire complessità allo studio del fascismo, sottraendolo alla ripetizione di formule rituali. Non si tratta di farne autorità indiscutibili, ma di riconoscere che la ricerca vive di confronto e non della conferma di un giudizio già stabilito.
La letteratura può certamente interpretare la storia. Il problema nasce quando la sua interpretazione viene assunta come conclusione morale definitiva, anziché restare aperta alla discussione e al confronto con altre ricostruzioni.
La pedagogia dei custodi della memoria
L’intervista di Augias a Scurati è significativa per il modo in cui mette in relazione letteratura, democrazia e necessità di ritrovare punti di riferimento nella storia. Il nuovo libro di Scurati propone figure esemplari nella lotta per la democrazia: una scelta legittima, come lo è individuare nel passato valori ancora attuali. La questione è il confine fra offrire strumenti per comprendere e indicare una direzione obbligata al giudizio dei lettori.
Il problema non è che Augias e Scurati condividano determinate convinzioni. Nasce quando una particolare visione della storia e della democrazia tende a presentarsi come l’unica capace di garantire una corretta educazione civile, mentre le interpretazioni concorrenti vengono relegate in una zona di sospetto. In questo schema, la memoria diventa un territorio da presidiare: alcune narrazioni sono considerate garanzia di consapevolezza democratica; altre vengono liquidate come revisionismo, nostalgia o tentativo di riabilitazione.
Così la distinzione fra ricerca storica e uso politico della storia rischia di essere sostituita da una separazione preventiva fra interpretazioni accettabili e interpretazioni sospette. Non perché tutte le letture abbiano lo stesso valore, ma perché vanno giudicate sulla base di argomenti, fonti e capacità esplicativa, non della conformità a un orientamento politico.
La democrazia non è patrimonio esclusivo di una parte culturale, così come la memoria nazionale non può essere amministrata da una custodia intellettuale permanente. Difendere i valori costituzionali non significa attribuirsi il diritto di stabilire quali interpretazioni storiche possano essere ammesse al dibattito pubblico.
La storia non ha bisogno di tutori
Questa pretesa pedagogica, inoltre, sembra poggiare sull’idea che i cittadini non sappiano orientarsi senza una guida autorevole che indichi loro il significato corretto di ciò che vedono.
È una concezione poco rispettosa dell’autonomia del pubblico, trattato come una platea da accompagnare verso la conclusione giusta anziché come una comunità capace di confrontare interpretazioni e formulare giudizi propri. La televisione e gli intellettuali possono offrire strumenti di approfondimento, ma la divulgazione dovrebbe ampliare la libertà di giudizio, non restringerla entro una lettura già confezionata.
Altrimenti la pedagogia si trasforma in paternalismo: chi insegna presume di conoscere non soltanto i fatti, ma anche la conclusione alla quale il pubblico deve arrivare. Eppure, una cultura democratica dovrebbe distinguere il giudizio sul fascismo dalla libertà di indagarne origini, consensi, contraddizioni e responsabilità. Le responsabilità storiche del regime non sono materia da relativizzare, ma la solidità dei valori democratici non si misura dalla capacità di imporre una narrazione uniforme del passato.
La differenza è fra una cultura che educa al pensiero critico e una che educa attraverso un pensiero già stabilito. La prima offre strumenti; la seconda indica il risultato.
La libertà di giudicare
Resta una domanda: chi deve stabilire come gli italiani interpretano la propria storia? Scurati ha diritto di raccontare Mussolini secondo la propria sensibilità e Augias di presentare un’opera che apprezza. Al pubblico spetta però il diritto di discuterla o respingerne alcuni presupposti senza essere considerato impreparato o politicamente sospetto.
Una democrazia sicura dei propri valori non teme il confronto fra interpretazioni, non confonde la critica con l’apologia e non considera la libertà di ricerca una minaccia alla propria identità. La storia non è una proprietà privata, né un patrimonio da amministrare attraverso una pedagogia permanente: è un campo di conoscenza nel quale nessuna autorità può sostituire il giudizio, il dubbio e la ricerca.
La questione, dunque, non è chiedere una memoria meno o più antifascista, ma una cultura storica meno dogmatica; non una democrazia meno consapevole del proprio passato, ma una democrazia che abbia fiducia nei cittadini e non debba indicare loro, ogni volta, che cosa pensare.
Il compito della cultura non è fornire risposte obbligatorie, ma mettere ciascuno nelle condizioni di cercarle. La storia non ha bisogno di tutori: ha bisogno di lettori liberi, di studiosi rigorosi e di cittadini ai quali sia riconosciuta la capacità di giudicare.