Il libro
Lode all’Appennino centrale, cuore geografico che unisce l’Italia “dal mare al cielo”
Lo scrittore e giornalista di viaggio Stefano Ardito firma un volume che racconta storia, mito e bellezza della nostra dorsale e spiega perché è custode dell'identità nazionale
Per comprendere la natura peculiare dell’Italia occorre guardarla da una carta geografica, preferibilmente fisica. La nostra patria, lingua di terra che si sgancia parzialmente dall’Europa continentale per tuffarsi nel Mediterraneo, è interamente attraversata da una catena montuosa che funge da spina dorsale, fisica certo, ma anche culturale e spirituale. È l’Appennino.
“Dal mare al cielo”: l’Appennino custode di identità
È il luogo che custodisce le nostre memorie antropologiche, i nostri miti e le nostre tradizioni più antiche. È il luogo che, grazie alle sue cime da cui si ammirano paesaggi splendidi, ci avvicina al cielo. Non solo le Alpi, anche l’Appennino ci spinge verso l’alto. E riesce a farlo talora distendendo il nostro sguardo sul mare. È questa la peculiarità della geografia italiana che Stefano Ardito, tra le più autorevoli firme della letteratura e del giornalismo di montagna e di viaggio, riesce a fotografare sin dal titolo nel suo libro Dal mare al cielo – Vette e storie dell’Appennino centrale (ed. Ricerche&Redazioni, 2026).
Storia e mitopoiesi
La stretta relazione tra mare e montagna è sublimata da cime come il Conero, l’Argentario e il Circeo, che, seppur di altitudini modeste, offrono agli escursionisti un suggestivo affaccio assai prossimo alle acque dell’Adriatico e del Tirreno. Ardito annoda con stile scorrevole un intreccio di storie personali, frutto del suo bagaglio d’esperienza tra i monti, e di retaggio collettivo. È così che ci rende edotti, in questo viaggio di cima in cima dell’Appennino centrale, di leggende che affondano le radici nella mitopoiesi, di vecchi racconti e di vicende recenti vissute talvolta in prima persona.
Il volume è un tributo a uomini che hanno inciso il loro nome nell’albo d’onore dell’Appennino centrale: Francesco De Marchi, ad esempio, il primo ad aver scalato ufficialmente il Corno Grande nel 1573, oppure Vincenzo Sebastiani, alpinista romano, che nel 1911 apre con Gino Bramati una via sulla Cresta Sud del Corno Piccolo e muore sul Carso, da ufficiale dell’Esercito italiano, durante la prima guerra mondiale. Oggi a Sebastiani è dedicato un rifugio nella catena del Velino-Sirente, mentre a Daniele Nardi, scomparso nel 2019 durante una salita sul Nanga Parbat, in Pakistan, è dedicata una sua frase sulla croce del Monte Semprevisa, luogo a cui Nardi, originario di questo territorio pontino, era molto legato.
Il rifugio risorto dopo il sisma
Il testo, già disponibile online e dal 30 ottobre in libreria, distilla poi qualche nota polemica, mai fine a sé stessa bensì sempre propositiva. Corrosivi sono gli affondi nei confronti di quella che Stefano Ardito definisce “ordinaria burocrazia”, la quale talvolta inibisce una fruizione piena dei luoghi montani, così come pungente appare il rilievo verso una eccessiva propensione ai divieti da parte dei vari enti parco.
Il testo racconta alcune nobili battaglie per impedire o almeno limitare la deturpazione del paesaggio dall’incedere tracotante del progresso. Un ideale tratto di matita blu sottolinea inoltre gli episodi di inciviltà da parte di qualche avventore poco incline a comprendere lo spirito della natura.
Non mancano però gli esempi virtuosi, anzi il libro ne è una incoraggiante collezione. Ardito ricorda a tal proposito la vicenda del rifugio Zilioli, ai piedi del Vettore, la cima più alta dei Sibillini. Gravemente ferito dal terremoto del 24 agosto 2016, quattro anni più tardi l’edificio è oggetto dei lavori di ricostruzione da parte del Cai di Ascoli Piceno.
“I materiali, il cemento e i mezzi di cantiere salgono in quota in elicottero, gli operai arrivati dal Trentino lavorano tutti i giorni, prima delle bufere dell’autunno. È uno sforzo che merita un applauso”, osserva l’autore del libro. Oggi il rifugio Zilioli è un luogo ospitale, frequentato da frotte di escursionisti che vi passano la notte o vi fanno veloce tappa prima di affrontare altre salite. Una storia, quella del bivacco marchigiano, che rappresenta un esempio di rinascita italiana.