Il dl Sicurezza
Lo psicoterapeuta applaude Meloni: «Bene la premier sul divieto dei social agli under 14. Finalmente un segnale importante»
Un plauso alla premier Giorgia Meloni per l’apertura al divieto dei social per i minori di 14 anni. Ma anche una proposta per rafforzare la tutela dei più giovani: alzare a 16 anni l’età di accesso alle piattaforme e introdurre un patentino digitale a punti obbligatorio. A lanciarla è Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche, Gap e cyberbullismo (DiTe), che interviene nel dibattito sull’utilizzo dei social da parte dei giovanissimi.
Giuseppe Lavenia: “Ringrazio la presidente del Consiglio”
«Ringrazio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni per l’apertura al divieto dei social sotto i 14 anni. È un segnale importante, che riconosce una responsabilità pubblica nella protezione dei minori. Mi auguro che da questa disponibilità nasca un progetto educativo capace di accompagnare le famiglie. Perché quando un ragazzo arriva sui social spesso ha già trascorso buona parte della propria infanzia davanti a uno schermo», sottolinea Lavenia, commentando le dichiarazioni rilasciate dalla premier a Repubblica. La legge bipartisan già c’è, calendarizzata in Parlamento. Il che rende inutile il vaniloquio della sinistra che oggi imputa a Meloni se la legge non è ancora stata discussa. La premier proprio a Repubblica ha dichiarato il suo sì al divieto dei social sotto una certa età. E dunque, anche oggi il bersaglio polemicop è fallimentare. E lo riconosce lo psicoterapeuta.
L’allarme dello psicoterapeuta: il 41,5% dei bambini usa smartphone e tablet già a 2-3 anni
Per Lavenia, il dibattito sull’età minima per accedere ai social deve partire da una riflessione più ampia sulle abitudini digitali che si sviluppano fin dalla primissima infanzia. «Un bambino di 2 anni non chiede di entrare sui social e non teme di essere escluso dalla chat dei compagni. Il telefono glielo diamo noi, spesso per riuscire a mangiare, finire una conversazione o trovare qualche minuto di sollievo dentro giornate faticose», osserva lo psicoterapeuta sull’Adnkronos Salute. A confermare la diffusione precoce degli schermi sono i risultati dell’indagine «Bambini digitali», condotta da DiTe insieme a Sipec su un campione di 6.666 famiglie. I numeri sono significativi: il 41,5% dei bambini comincia a utilizzare smartphone o tablet tra i 2 e i 3 anni, mentre nella fascia da zero a 6 anni il 61,4% utilizza quotidianamente uno schermo.
«Quando a 14 anni proviamo a introdurre un limite, possiamo trovarci davanti a una consuetudine costruita lungo quasi tutta l’infanzia. La prevenzione deve cominciare prima, accompagnando i genitori nelle scelte quotidiane e aiutandoli a riconoscere anche il peso del proprio esempio», avverte Lavenia.
La proposta: social dai 16 anni e patentino digitale obbligatorio a punti
Da qui la proposta di andare oltre il divieto per gli under 14, prevedendo l’accesso ai social soltanto a partire dai 16 anni, dopo un percorso formativo obbligatorio della durata di due anni. Tra i 14 e i 16 anni, i ragazzi dovrebbero conseguire un Patentino digitale a punti: attraverso lezioni dedicate al funzionamento degli algoritmi, alla tutela della privacy, al consenso, al cyberbullismo e alle conseguenze dei comportamenti online. Il percorso prevederebbe una valutazione finale e un sistema di punti che, in caso di comportamenti scorretti, potrebbero essere recuperati attraverso ulteriori attività formative e riparative.
Non solo divieti: il ruolo delle famiglie e della scuola
La proposta di Lavenia non si limita a fissare un’età minima per l’accesso ai social. Al centro c’è anche il coinvolgimento dei genitori, attraverso incontri dedicati e accordi educativi condivisi con le scuole. «Dietro quel “ce l’hanno tutti” c’è il timore concreto che il proprio figlio rimanga fuori dal gruppo. Se lasciamo ogni famiglia da sola, anche una scelta ragionevole può diventare difficile da sostenere», sottolinea Lavenia. Per questo, secondo lo psicoterapeuta, occorrono occasioni di confronto e una maggiore consapevolezza da parte degli adulti, chiamati per primi a dare il buon esempio nell’utilizzo dello smartphone.
Ma servono anche risorse per sostenere la genitorialità, consulenze accessibili, interventi continuativi nelle scuole e maggiori opportunità di aggregazione, sport e cultura. «Prima di rimproverare a un adolescente di passare il pomeriggio online, guardiamo che cosa trova fuori dalla porta di casa», conclude Lavenia. «Un divieto può proteggerlo da un’esperienza prematura; per aiutarlo a crescere dobbiamo fare in modo che, fuori da quello schermo, ci siano persone e luoghi che lo aspettano».