Il libro
L’ecologia è di destra: “Radicamenti” di Joime indica la terza via tra crescita illimitata e decrescita (in)felice
Il professore di Economia dell'ambiente riporta il tema sul terreno delle idee e che per la natura non serve una gestione burocratica, ma la responsabilità di abitare una terra, appartenere a una storia e trasmettere un mondo a chi verrà dopo di noi
L’ecologia è di destra. Un’affermazione che oggi può apparire provocatoria, soprattutto in un tempo nel quale la questione ambientale è stata quasi interamente assorbita dal linguaggio politico e culturale della sinistra, spesso in maniera sciatta o funzionale all’agenda politica globalista.
L’ecologia è di destra: il saggio “Radicamenti” spiega perché
Eppure, a ben guardare, il rapporto tra uomo e natura, la difesa della terra, il senso del limite, la custodia del paesaggio e la responsabilità verso le generazioni future appartengono alle intuizioni più profonde del pensiero tradizionale, conservatore e identitario europeo. È da questa consapevolezza che prende le mosse Radicamenti. Elementi per un ordine ecologico europeo (Passaggio al bosco), il saggio di Gian Piero Joime, professore di Economia dell’ambiente a UniMarconi e fra i massimi esperti italiani di sviluppo sostenibile e implicazioni geopolitiche delle politiche ambientali ed energetiche, che restituisce alla riflessione ecologica una genealogia culturale troppo spesso dimenticata.
I limiti dell’ambientalismo contemporaneo
Il merito di Joime è quello di continuare a entrare in uno spazio intellettuale tutt’altro che vuoto, ma da decenni occupato prevalentemente dalla sinistra, per contestarne non soltanto le soluzioni, ma soprattutto i presupposti filosofici.
L’ambientalismo contemporaneo, almeno nella sua espressione politica dominante, ha progressivamente trasformato la tutela della natura in una questione di regolamentazione, pianificazione e amministrazione tecnocratica. Un ambientalismo materialista e marxista, insomma. La natura è diventata qualcosa da misurare, governare e correggere attraverso strumenti esterni alla vita delle comunità. Si è così smarrito quel legame originario tra l’uomo e il territorio, tra la comunità e il paesaggio, tra la memoria dei padri e la responsabilità verso i figli.
La tradizione ecologista del conservatorismo europeo
Il conservatorismo europeo possiede una propria, antica e autonoma tradizione ecologica, che non nasce come reazione alle battaglie ambientaliste della seconda metà del Novecento. È una sensibilità che precede quelle battaglie e affonda le proprie radici nell’idea di ordine naturale, nella continuità storica delle comunità, nel valore del limite e nella convinzione che l’uomo non possa disporre indefinitamente di ciò che ha ricevuto in eredità.
Il percorso intellettuale proposto dall’autore attraversa Edmund Burke, Roger Scruton, Simone Weil, Wilhelm Röpke, Karl Polanyi, Martin Heidegger, Ernst Jünger e tanti altri, ricostruendo un orizzonte nel quale l’ecologia è una particolare espressione di una concezione complessiva dell’esistenza. Una riflessione che appartiene alla politica ambientale e quindi alla geografia, nobile scienza del rapporto tra uomo e spazio, ma che inevitabilmente si estende alla politica e alla metapolitica, all’economia e alla sociologia, alla filosofia e alla metafisica.
Il punto di equilibrio tra libertà, natura ed economia
Joime individua, così come in altre sue opere, una terza via conservatrice che non ha nulla a che vedere con il compromesso centrista o con la ricerca di una mediazione fra posizioni opposte. Non è un punto di equilibrio tra una destra che nega i limiti e una sinistra che pretende di costruirli e imporli dall’alto: è un’alternativa più radicale a entrambe perché interviene sul fondamento stesso del rapporto tra libertà, natura ed economia.
Una comunità che consuma il proprio territorio, dissolve i propri legami e sacrifica il patrimonio ricevuto in nome di una crescita senza misura non sta necessariamente progredendo. Potrebbe, al contrario, stare consumando le condizioni della propria sopravvivenza.
Una terza via oltre la crescita illimitata e la decrescita (in)felice
È qui che la riflessione di Joime incontra e supera alcune delle principali dottrine economiche contemporanee. Da una parte il paradigma della crescita illimitata, sostenuto dalla fiducia che il mercato capitalista e l’innovazione tecnologica possano indefinitamente spostare in avanti la frontiera dei limiti naturali. Dall’altra le teorie della decrescita (in)felice che individuano nella riduzione programmata della produzione e dei consumi la risposta necessaria alla crisi ecologica.
La proposta conservatrice non coincide con nessuna delle due. Alla decrescita, che abbiamo provocatoriamente definito infelice, contrapporremmo la prospettiva di una crescita felice, perché sostenibile, ordinata, rispettosa delle identità territoriali e delle vocazioni produttive delle comunità. Il punto non è decrescere, ma crescere meglio.
Non rinunciare alla prosperità, ma ricondurla entro un orizzonte di responsabilità. Non sacrificare il lavoro, l’impresa e la produzione, ma impedire che la loro espansione diventi distruzione delle risorse materiali, culturali e umane da cui dipendono. È una distinzione essenziale, soprattutto per chi considera l’agricoltura, la manifattura, l’artigianato e le economie territoriali non semplicemente come settori produttivi, ma come espressioni viventi del rapporto tra una comunità e la propria terra.
L’ambiente oltre la natura
Come opportunamente sottolinea Joime, anche il manufatto, frutto delle tradizionali colture e culture artigianali e industriali locali, è parte integrante del concetto stesso di ambiente. Sradicare queste realtà in nome di un’omogeneità zero carbon, sacrificando identità produttive, competenze e tradizioni secolari, rappresenta una contraddizione rispetto al principio stesso di sostenibilità, che dovrebbe invece fondarsi sull’interazione armonica tra sviluppo economico, tutela ambientale e coesione sociale.
Non può dirsi sostenibile una politica che, pretendendo di salvaguardare la natura, finisce per impoverire le comunità che da generazioni la abitano, la lavorano e la custodiscono. La sostenibilità non può essere una formula astratta, identica a ogni latitudine, imposta mediante regolamenti concepiti lontano dai luoghi sui quali devono intervenire. Deve nascere dalla conoscenza dei territori, dalle loro necessità, dalla capacità delle comunità di custodire e rinnovare le proprie tradizioni produttive.
L’omologazione dello “zero carbon”
In questo senso risulta particolarmente fecondo il richiamo all’oikophilia, l’amore per la propria casa, che diventa il fondamento di una responsabilità ecologica concreta. Si protegge davvero ciò che si conosce, ciò che si ama, ciò a cui si appartiene. La difesa di un bosco, di un paesaggio agricolo, di un borgo o di una tradizione produttiva nasce dalla coscienza che quei luoghi costituiscono una parte della nostra identità e che perderli significherebbe perdere qualcosa di noi stessi.
“Radicamenti” contro lo sradicamento: una dimensione europea
Radicamenti, quindi, non significa immobilizzarsi, chiudersi al mondo o rinunciare al futuro. Significa possedere un luogo dal quale guardare il mondo, una storia dalla quale partire, una comunità alla quale rispondere. Il contrario dello sradicamento non è l’immobilità, ma la possibilità di scegliere senza smarrire se stessi.
Anche per questo il libro assume una dimensione autenticamente europea. L’Europa immaginata da Joime non è uno spazio indistinto da uniformare attraverso un’unica architettura normativa, ma una civiltà composta da territori, popoli, tradizioni e comunità differenti, tenuti insieme da una comune concezione della responsabilità. Un’Europa nella quale le identità non costituiscono un ostacolo all’unità, ma il fondamento stesso della sua ricchezza. La tutela dell’ambiente diventa allora inseparabile dalla difesa delle sovranità, della prossimità istituzionale, dei paesaggi storici e delle economie locali.
Per l’ecologia servono idee, non ideologie
Radicamenti ha il pregio di riportare il confronto ecologico sul terreno delle idee, sottraendolo alla contrapposizione superficiale tra chi si proclama difensore dell’ambiente e chi viene rappresentato come ostile alla sua tutela. È un libro che invita il mondo conservatore a riconoscere una parte essenziale della propria eredità culturale e a rivendicarla senza complessi di inferiorità.
La difesa della terra, il rispetto del limite, la custodia dell’eredità ricevuta e il dovere di consegnarla integra alle generazioni future sono principi profondamente radicati nel pensiero identitario e conservatore. Joime ha il merito di ricondurli a una prospettiva politica e filosofica coerente, senza ridurli a una semplice operazione di appropriazione culturale.
La natura non si gestisce con la burocrazia
La vera questione, in definitiva, non è scegliere tra conservazione e progresso. È comprendere che non esiste progresso autentico senza qualcosa che meriti di essere conservato. Una civiltà capace soltanto di produrre, consumare e trasformare, ma incapace di custodire, finisce per perdere la propria ragione d’essere. Ed è proprio qui che l’ecologia ritrova il suo significato più alto: non la gestione burocratica della natura, ma la responsabilità di abitare una terra, appartenere a una storia e trasmettere un mondo a chi verrà dopo di noi.