Il voto di Belgrado
La lezione serba: la Lista degli studenti manda a casa il presidente uscente Vucic
Esteri - di Alice Carrazza - 26 Ottobre 2026 alle 15:12
La Serbia cambia indirizzo, ma non ha ancora deciso quale strada imboccare. Dopo quasi quattordici anni di predominio del Partito progressista (SNS), Aleksandar Vucic riconosce la sconfitta alle elezioni parlamentari del 25 ottobre, battuto non dall’opposizione tradizionale, ma da un movimento nato nelle università.
Secondo i dati diffusi lunedì dalla Commissione elettorale, la Lista degli Studenti ha conquistato il 52,65% dei consensi, contro il 39,22% della coalizione dell’ex presidente. Una maggioranza netta, che apre una stagione politica inedita.
La caduta di Vucic, Belgrado torna a gridare
«Desidero informarvi che, sulla base di un campione stratificato, è ormai evidente che abbiamo perso queste elezioni». Vucic ha pronunciato ieri queste parole nella sede del suo partito, quando ancora mancavano le prime proiezioni ufficiali. Le sue stime assegnavano agli studenti tra 135 e 140 seggi sui 250 del Parlamento. Nelle strade di Belgrado è riesploso il grido «Gotov je!», «È finita per lui!», lo stesso che accompagnò la caduta di Slobodan Milosevic nell’ottobre del 2000.
Il paragone racconta la portata simbolica del voto, non l’identità dei due sistemi politici. Vucic, primo ministro dal 2014 e presidente dal 2017 fino alle dimissioni di settembre, ha costruito il proprio consenso sulla stabilità e sugli investimenti, mentre le organizzazioni indipendenti denunciavano corruzione, concentrazione del potere e pressioni sui media. Nonché rapporti tutt’altro che limpidi con Mosca.
Dalle sedici vittime di Novi Sad alla rivolta nelle urne
Eppure, all’origine della mobilitazione c’è una tragedia: il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, il primo novembre 2024, costato la vita a sedici persone. Le richieste di trasparenza sugli appalti e di accertamento delle responsabilità si sono trasformate in mesi di proteste, blocchi universitari e manifestazioni nazionali.
A guidare la lista vincitrice è Ilija Srdanovic, cardiologo e professore universitario, affiancato da accademici, professionisti e personalità della società civile. «Mai più tirannia nel nostro Paese!», ha dichiarato dopo la vittoria, indicando l’obiettivo di una Serbia «più civile e migliore». Una promessa sulla quale il nuovo gruppo dirigente sarà chiamato a misurarsi.
Le ombre della Lista degli Studenti
Tuttavia, sarebbe affrettato scambiare la vittoria degli studenti per l’affermazione di un progetto liberale, moderato o necessariamente filoccidentale. La lista è ideologicamente eterogenea: comprende conservatori, nazionalisti, ecologisti ed esponenti della sinistra radicale.
Tra questi figura Jovo Bakic, sociologo dell’Università di Belgrado e storico esponente della sinistra serba, candidato al numero 76, noto per le sue posizioni anticapitaliste e per una retorica particolarmente dura contro gli avversari politici. È uno dei riferimenti dei settori più radicali della protesta.
Il programma al momento promette soprattutto indipendenza della magistratura, lotta alla corruzione e riforme istituzionali, ma lascia ancora aperti interrogativi economici e politici. Anche il nome del futuro primo ministro resta un’incognita.
Bruxelles guarda alla nuova Serbia
La cautela è d’obbligo anche sul piano internazionale. Da Bruxelles, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha assicurato il sostegno dell’Unione alle riforme democratiche. Dal Cremlino invece, il portavoce Dmitry Peskov ha auspicato rapporti costruttivi con il nuovo governo: «Da parte nostra, intendiamo continuare a contribuire in ogni modo possibile allo sviluppo delle relazioni con Belgrado, ma per ballare il tango bisogna essere in due».
La Serbia dovrà continuare a confrontarsi con tre interlocutori: l’Ue, principale partner commerciale, la Russia, alleato storico, e la Cina, grande investitore. Senza dimenticare il Kosovo.