La vera materia del contendere
La legge elettorale non va contro la Costituzione, ma contro la partitocrazia. Per questo la sinistra non la vuole
Chi si oppone al nuovo sistema di voto non lo fa in difesa del parlamentarismo, ma in difesa del potere di aggirare il voto popolare e, siccome non si può dire, cerca pretesti per nascondersi dietro la Carta
La minoranza di sinistra, o centrosinistra, o campolarghista che dir si voglia, fa il suo lavoro di opposizione. Lo fa male, confusamente, con stucchevole inflazione di protesta generica, e in interno disaccordo, e Giuseppe Conte ed Elly Schlein più per farsi le scarpe a vicenda… Fa l’opposizione, comunque, e le prova tutte, compresa l’arma segreta di magistrati amici. L’ultima voce che circola, davvero folle, è che il presidente della Repubblica avrebbe firmato la legge astutamente per farsela bocciare dalla Corte, quindi lui stesso per farsi bocciare. Se fosse solo così, non varrebbe manco la pena di commentare. E invece chi scrive tenta, in un fugacissimo raptus di buonismo, di restituire alla questione una certa dignità politologica.
Una questione di partitocrazia, non di parlamentarismo
Il conflitto, sotto un aspetto filosofico, si può riassumere tra quelli che la situazione la chiamano proporzionale e parlamentare, e quelli, tra cui chi scrive, che la ingiuriano partitocratica. Ovviamente, quelli sono d’accordo con il parlamentarismo e la partitocrazia, questi no: e non c’è una terza possibilità.
I governi di burro, dallo Statuto Albertino alla Prima Repubblica
La storia è antica. Lo Statuto Albertino del 1848, esteso nel 1861 a tutta Italia, distingueva nettamente i tre poteri, e assegnava solo al re la nomina del Governo, lasciando alla Camera e al Senato (questo, di nomina) la sola funzione legislativa. Detto fatto, i governi vennero sì nominati dal re, però solo pro forma, e dopo accordi parlamentari, allora detti elegantemente connubi, oggi inciuci.
Dalla morte di Cavour al 1922, seguì una ridda di esecutivi saliti e discesi, con crisi e rimpasti; ridda ripresa subito, se persino gli ultimi rapidi anni monarchici (1943-46) videro due governi Badoglio, due Bonomi, un Parri, un De Gasperi.
In Prima repubblica, si perde il conto dei governi confezionati con la scadenza come il burro. Scadevano perché sostenuti da coalizioni abbastanza precarie per poco durare; e, attenti qui, soprattutto perché le cadute erano causate da scossoni interni ai singoli partiti, nel frattempo divisi in correnti. Era in realtà il modello, anche se non esplicitamente dichiarato, della Terza e Quarta repubbliche francesi dal 1871, nel 1958 spazzate via da De Gaulle, e oggi non lo rimpiange, anzi non se lo ricorda nessuno. In Italia fecero finta di non accorgersene.
I nostalgici della partitocrazia e la svolta del governo Meloni
Ci sono dunque i nostalgici della partitocrazia, da loro chiamata parlamentarismo. Sostengono essi che non ci sarebbero più le consultazioni, il rito delle passeggiate al Quirinale, in cui anche i partitelli più ignoti avevano il loro quarto d’ora a favore di telecamere. Ebbene, ciò è già successo, senza consultazione con ex e con politici e politicanti.
Nel settembre del 2022, le elezioni diedero una netta maggioranza a quello che si presentò pudicamente come centrodestra ma era in realtà un destracentro; il tempo di espletare formalità, e un mese dopo Giorgia Meloni ebbe l’incarico in quanto presidente del partito vincente; e senza altre perdite di tempo e cerimonie, si ripresentò al Quirinale con la lista dei ministri, e alle Camere per la fiducia. Non lo chiamiamo così, però è un premierato di fatto. E senza nemmeno gli scossoni interni di nefasta memoria, perché la maggioranza è compatta con qualche raffreddore, e soprattutto perché il partito di maggioranza, FdI, compattissimo, non presenta il minimo problema interno. Anzi, ogni tanto ce ne vorrebbe uno, per esempio quel dibattito culturale di cui chi scrive lamenta l’assenza.
Incostituzionalità à la carte
Cosa ci sarebbe d’incostituzionale, in tutto ciò? Nulla, se leggiamo la Costituzione scritta; tutto, se badiamo a quella che, dal 1948, si chiama la costituzione materiale, cioè la suddetta partitocrazia. Se pensiamo alle cadute e risalite e rimpasti della costituzione materiale, ebbene, la legge elettorale è “incostituzionale”. Se leggiamo la lettera del testo del 1948, la legge è perfettamente costituzionale; ed è solo una legge elettorale, e di legge elettorale la Costituzione non parla manco di striscio. Anzi, i partiti stessi vengono citati quasi per caso e per favore, nel lontano articolo 49, con un “i cittadini possono” riunirsi in partito: mica è obbligatorio! E “per concorrere”, non per un sistema di soli partiti.
Le critiche pretestuose alla legge elettorale
Passiamo, velocemente, alla raccolta firme. Ebbene, qualora un movimento politico mostri difficoltà a farsi sottoscrivere la lista da qualche migliaio di simpatizzanti e parenti, è più serio se sparisce. Liste che raccattano percentuali infime non si vede perché debbano avere rappresentanza, e magari petulanza di potere. Mica siamo a quando c’erano Pli, Pri, Psdi, etc, con voti popolari minimi e iscritti quasi zero, però con immancabili ministri e sottosegretari!
Con tutto il rispetto per le signore, la parità di genere non sta scritta da nessuna parte del testo del 1948; e oggi, in era di Meloni, Schlein, Ursula, Lagarde, Metsola eccetera, mi pare anacronistica. Ottima l’idea del voto a distanza per chi è impedito da lavoro e studio o altro: purché con tutte le regole e garanzie, a scanso di brogli.
Che il Senato sia regionale, è una novità costituzionale del 2005, non è dettato del 1948. Né i legislatori del 1948 (pomposamente e amerikanamente oggi detti “padri” e anche “madri”!) né quelli del 2005 furono la ninfa Egeria o Licurgo, ma degli esseri umani, quindi fallaci come siamo tutti noi; e ogni legge si può cambiare. Ci scappa una citazione, questa volta del Vico: “I governi devono essere conformi alla natura dei popoli governati”.
Critiche vs propaganda
Ecco un modesto esempio di come si possa trattare la legge elettorale 2026 come tutte le leggi e norme e interpretazioni dell’umana storia da Hammurabi in poi, cioè con argomenti pro e contro. Però pensando alla legge, non alla propaganda elettorale in vista delle politiche… o magari di qualche tornata comunale per aiutare il cugino candidato a sindaco.