Colpo di scena
Insulti a Meloni dal profilo del magistrato nella bufera: “Non ho scritto io quel post. Mi hanno hackerato”. E presenta denuncia
Un attacco sguaiato e gratuito contro il presidente del Consiglio, partito direttamente dal profilo Facebook di un magistrato in servizio alla Procura di Roma e che, come noto, ha infiammato lo scontro istituzionale. Un insulto a caldo, arrivato subito dopo il no della premier al Dpcm sugli aumenti stipendiali delle toghe, e che in queste ore ha registrato un seguito a sorpresa. «In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome “Di Cicco Alessandro”, della piattaforma social Facebook, alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma. Pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzati».
Insulti a Meloni, il magistrato nella bufera: “Non ho scritto io quel post. Mi hanno hackerato”
È quanto si legge nella denuncia/querela, di cui l’Adnkronos è in possesso, presentata oggi pomeriggio alle 15 al commissariato di Ps del Palazzo di Giustizia di Roma dal magistrato in servizio alla procura di Roma, sul cui profilo Facebook ieri sera, poco dopo le 20, era comparso il post «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia», pubblicato dopo la presa di posizione della premier Giorgia Meloni che aveva spiegato: «In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati».
Colpo di scena nel pomeriggio: «Accesso a mia insaputa sul mio profilo Fb». E presenta denuncia-querela
Colpo di scena nel pomeriggio, quando arriva la replica e la contromossa del magistrato, che si difende respingendo ogni addebito e parlando di un attacco informatico: «Mi hanno hackerato il profilo Facebook, non sono stato io a scrivere quel testo. Ero in viaggio e, appena me ne sono accorto, l’ho rimosso». Di Cicco si è poi recato al commissariato del Palazzo di Giustizia di Roma per sporgere formale denuncia/querela contro ignoti per accesso abusivo al proprio account, precisando ai cronisti che «un conto è non condividere le posizioni della premier, un altro è insultare».
Aimi (Csm): «Serve equilibrio, la credibilità delle toghe passa dal rispetto»
Intanto, mentre spetta alle indagini della Polizia Postale fare luce sulla presunta intrusione informatica, la vicenda ha sollevato un’ondata di sdegno e una tempestiva reazione istituzionale che ha dimostrato subito di non intendere far passare sotto silenzio l’accaduto. Enrico Aimi per esempio, componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura, preso atto del post ha immediatamente attivato gli organi di Palazzo dei Marescialli chiedendo l’apertura di una pratica disciplinare e la trasmissione degli atti alla Quarta Commissione per le valutazioni di professionalità. Un monito chiaro, che ora dovrà declinarsi alla denuncia del magistrato finito nella bufera.