Offuscati dai social
Il fenomeno maranza è il nuovo antagonismo: dall’invidia di classe alle differenze con i giovani di destra
Le immagini delle devastazioni e dei furti nei negozi delle ultime settimane ci consegnano un paradosso. In piazza, talvolta in tandem con l’antagonismo e l’antifascismo militante, la vecchia lotta di classe sembra essersi trasformata in una sorta di invidia di classe
Le scene di violenza e vandalismo a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane riportano all’attenzione di tutti noi il fenomeno dei cosiddetti “maranza”. Un termine entrato ormai nel linguaggio comune, dietro il quale si nasconde qualcosa di più complesso di una semplice moda giovanile. Il fenomeno affonda certamente alcune delle sue radici nelle contraddizioni dell’immigrazione e della mancata integrazione, ma sarebbe superficiale fermarsi qui. C’entrano i cattivi esempi, le mode sbagliate, l’indulgenza con cui per troppo tempo sono stati giustificati determinati comportamenti e un certo ideologismo di sinistra che ha preferito trovare sempre un’attenuante piuttosto che riconoscere l’esistenza di un problema.
E, soprattutto, i maranza non sono soltanto stranieri. Ci sono giovanissimi italiani affascinati dalle sonorità, dall’abbigliamento, dallo stile e persino dalla morale veicolata dai massimi esponenti di questa nuova sottocultura. Ragazzi diversissimi per storia personale e provenienza che finiscono per riconoscersi negli stessi codici. Vale allora la pena domandarsi: cosa vogliono davvero?
La saldatura tra maranza, antagonisti e antifascisti
Le immagini delle devastazioni e dei furti nei negozi delle ultime settimane ci consegnano un paradosso. In piazza, talvolta in tandem con l’antagonismo e l’antifascismo militante, la vecchia lotta di classe sembra essersi trasformata in una sorta di invidia di classe. Non più la contestazione radicale del capitalismo e dei suoi eccessi, ma la pretesa che i suoi prodotti più effimeri siano accessibili a tutti. Possibilmente gratis.
Si contesta il sistema mentre si saccheggiano i suoi simboli. Non libri, non strumenti di emancipazione, ma scarpe, felpe, smartphone e prodotti griffati. È il materialismo imperante: possedere per essere, esibire per esistere. Ed è qui che entrano in gioco i social network. Hanno contribuito ad alimentare questa cultura, amplificando fragilità e frustrazioni e illudendo molti ragazzi che esista una scorciatoia verso una vita facile, nella quale il valore personale si misura attraverso il compiacimento di utenti virtuali, il numero di visualizzazioni e l’ostentazione dell’ultimo paio di scarpe o della maglia firmata.
I social sono i genitori dei giovani scapestrati?
In questo senso, provocatoriamente, potremmo dire che i social sono i genitori dei maranza. E, come in ogni famiglia, sono anche i genitori a impartire l’educazione. Per questo la risposta non può limitarsi all’ordine pubblico, che resta indispensabile davanti a violenze, furti e vandalismi. Se vogliamo offrire alla nostra generazione gli strumenti per vivere in maniera più libera e consapevole, dobbiamo avere il coraggio di intervenire anche sul rapporto tra minori e piattaforme digitali.
Il Veneto sta sperimentando nuove forme di limitazione dell’accesso ai social per i più giovani: sarà interessante valutarne gli effetti. Ma ai divieti deve accompagnarsi l’educazione. Gioventù Nazionale si interroga da tempo sulla necessità di portare nelle scuole una vera educazione digitale: un’alfabetizzazione al mondo di Internet che insegni ai giovanissimi non soltanto come funzionano piattaforme, algoritmi e contenuti, ma soprattutto come abitarli consapevolmente. Perché la sfida non è semplicemente impedire ai ragazzi di utilizzare uno smartphone. È fornire loro gli strumenti per distinguere ciò che è reale da ciò che è costruito, ciò che ha valore da ciò che ha soltanto un prezzo, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.