La Divina torna sullo schermo
Greta Garbo torna a vivere con l’IA: da Hollywood alla politica, la battaglia per difendere l’identità
La "rinascita" digitale della diva è stata autorizzata dagli eredi e rilancia il dibattito sui paletti alle nuove frontiere della tecnologia. Anche Italia c'è chi ha scelto di tutelarsi: i casi di Luca Ward e Giorgia Meloni che hanno registrato la voce come marchio
Greta Garbo torna a vivere sullo schermo a più di trent’anni dalla sua morte, questa volta grazie all’intelligenza artificiale. La leggendaria attrice svedese è stata ricreata digitalmente per una campagna pubblicitaria di SKF, azienda con la quale aveva avuto un legame già agli inizi della sua carriera. Il progetto è stato autorizzato dagli eredi e il risultato è una presenza digitale sorprendentemente realistica.
Greta Garbo torna sullo schermo con l’intelligenza artificiale
Per ricostruire l’aspetto della diva sono state utilizzate descrizioni dei suoi tratti, mentre un’interprete reale ha fornito movimenti e gestualità, successivamente integrati con il volto generato al computer. Anche la voce è stata ottenuta partendo da una registrazione d’epoca. Ma a rendere la vicenda ancora più interessante è ciò che potrebbe accadere dopo questa prima esperienza.
Craig Reisfield, pronipote dell’attrice e uno dei tre discendenti che ne amministrano l’eredità, non ha escluso la possibilità di utilizzare la sua versione digitale anche in futuro, arrivando persino a ipotizzare un eventuale ritorno sul grande schermo. Non esiste, al momento, un accordo per un film, ma l’ipotesi è sufficiente a mostrare quanto sia ormai sottile il confine tra conservazione della memoria e creazione di nuove interpretazioni.
Quando l’identità diventa una tecnologia
La vicenda di Garbo si inserisce in una trasformazione molto più ampia che sta coinvolgendo il cinema, il doppiaggio e l’intero settore audiovisivo. Le nuove tecnologie permettono di ricostruire un interprete, modificarne l’aspetto e inserirlo in situazioni che non ha mai vissuto, oppure di generare nuove frasi utilizzando una voce ottenuta da precedenti registrazioni.
È proprio la clonazione vocale a preoccupare in modo particolare attori e doppiatori perché il timbro non è soltanto una caratteristica sonora, ma una parte riconoscibile della loro identità professionale. Una preoccupazione che travalica i confini del mondo dello spettacolo e che è arrivata anche alla politica: qualche giorno fa ha avuto una certa eco mediatica la decisione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di registrare il “marchio” della propria voce all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, con una scelta a tutela propria ma anche dei cittadini contro gli inganni dei deepfake.
Da Luca Ward a Giorgia Meloni: la voce registrata come marchio
Prima di questa circostanza, in Italia il caso più emblematico è stato quello di Luca Ward, che nel 2026 ha depositato il proprio timbro vocale come marchio per tutelarsi da eventuali repliche non autorizzate. Una scelta pionieristica, legata alla necessità di impedire che una voce costruita in decenni di lavoro possa essere trasformata in un modello digitale e utilizzata per generare nuovi contenuti senza il controllo dell’interprete.
Ward, voce italiana di attori come Russell Crowe, Keanu Reeves e Samuel L. Jackson, ha sottolineato la necessità di trovare un equilibrio tra innovazione e tutela del lavoro artistico. Il suo caso non è isolato: negli Stati Uniti anche Matthew McConaughey ha registrato marchi destinati a proteggere il proprio timbro vocale, la propria immagine e alcune espressioni caratteristiche, mentre l’attore indiano Anil Kapoor ha ottenuto dalla giustizia indiana una tutela dei propri diritti di personalità che comprende nome, volto e voce.
La battaglia del sindacato degli attori Usa
Sul fronte sindacale, la questione è diventata centrale anche per Sag-Aftra, il principale sindacato statunitense degli interpreti, che nei nuovi accordi ha introdotto regole specifiche sulle cosiddette digital replicas: per utilizzare una replica digitale di un attore sono previste forme di consenso, informazioni precise sull’impiego previsto e in diversi casi, ulteriori compensi.
Le nuove norme distinguono inoltre tra una replica riconducibile a una persona precisa e un interprete completamente sintetico, chiedendo ai produttori di privilegiare il lavoro umano. La battaglia, quindi, non è contro la tecnologia in sé, ma contro un utilizzo che possa trasformare l’identità di un artista in una risorsa disponibile senza autorizzazione. E il problema riguarda ormai anche gli interpreti scomparsi: nel 2026 Sag-Aftra ha ribadito che, per utilizzare la replica digitale di un attore deceduto, sono necessari il consenso dell’eredità e il rispetto delle norme applicabili.
Il diritto di scegliere anche dopo la morte
È proprio questo il punto che rende il caso Garbo così attuale: ciò che oggi appare come un omaggio tecnologico potrebbe diventare domani un nuovo modello di produzione cinematografica, nel quale il volto e la voce di un interprete continuano a lavorare anche quando l’interprete non c’è più.
Il caso Garbo, che fa seguito al caso di Val Kilmer, porta questa domanda a un livello ancora più delicato: fino a dove può arrivare il potere di chi amministra l’eredità di un artista? La questione diventa ancora più complessa se si passa dalla pubblicità al cinema: una versione digitale di Garbo potrebbe un giorno recitare una scena mai interpretata, pronunciare parole che l’attrice non ha mai pronunciato o assumere un ruolo che non aveva mai scelto.
Sarebbe ancora una forma di omaggio oppure una nuova interpretazione costruita utilizzando la sua identità? È un dilemma che sta già alimentando il confronto tra industria dell’intrattenimento, rappresentanti degli artisti e legislatori.
Negli Stati Uniti il sindacato Sag-Aftra chiede garanzie specifiche sull’utilizzo delle repliche digitali degli interpreti, mentre in diversi Paesi cresce l’attenzione giuridica verso la tutela della voce e dell’immagine.
Tra memoria, mercato e nuove regole
La ricostruzione della diva svedese mostra così il doppio volto di una tecnologia destinata a cambiare profondamente il mondo dello spettacolo. Da una parte offre strumenti straordinari per conservare il patrimonio audiovisivo, restaurare materiali e avvicinare il pubblico contemporaneo agli artisti del passato. Dall’altra rischia di trasformare l’identità in un prodotto che può essere riprodotto, modificato e commercializzato.
La differenza fondamentale sarà nelle regole che accompagneranno questo processo: autorizzazioni chiare, compensi, limiti di utilizzo e trasparenza dovranno diventare elementi centrali dei nuovi contratti. Nel caso di Garbo, gli eredi hanno scelto di autorizzare l’esperimento e hanno lasciato aperta la porta a possibili sviluppi futuri, senza che esista però già un progetto cinematografico definito.
La sua immagine torna così a interrogare il presente proprio mentre la tecnologia rende possibile ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile. La domanda non è più soltanto se sia possibile riportare sullo schermo una star del passato, ma chi debba decidere che cosa quella star può ancora dire, fare e rappresentare. Quando un volto e una voce possono essere ricreati artificialmente, la vera sfida diventa stabilire dove finisca la memoria di un artista e dove inizi una nuova identità costruita dalla macchina.