Il nuovissimo che avanza
Giuliano Amato sale in cattedra e dà lezioni al governo Meloni su giovani e integrazione. E tira in ballo anche la questione climatica
Nella narrazione della sinistra italiana che prova a proporre la quarta vittoria in Basile dell’81enne Lula come ‘il nuovo che avanza’ non poteva mancare l’intervista sui giovani del ‘nuovissimo’ Giuliano Amato. Il volto che unisce due secoli di politica italiana, classe 1938, passato per tutti gli ambiti della politica e ricoprendo tanti ruoli, è oggi presidente dell’istituto Reichlin. E in una intervista rilasciata ad Avvenire ha pensato di indicare lui la strada che il governo Meloni dovrebbe seguire.
I due mandati a Chigi per un totale di circa due anni
Lui che ha guidato due tra gli Esecutivi più brevi della storia della Repubblica Italiana e che in due mandati è stato a Palazzo Chigi circa due anni totali (dal 28 giugno 1992 al 28 aprile 1993 e dal 25/26 aprile 2000 all’11 giugno 2001) ha pensato di salire in cattedra e insegnare al governo più longevo e più produttivo d’Italia cosa e fare e come fare sul fronte delle violenze giovanili.
Prima però a parlato di sud chiedendo “Una politica industriale europea e nazionale centrata sul Mezzogiorno, l’unificazione non solo della Zes e degli incentivi, ma dei flussi della finanza e degli investimenti”. Perché “È vero che negli ultimi anni il Pil delle regioni meridionali è cresciuto più della media nazionale” ma “Molto lo si deve al Pnrr. Molto lo si deve anche a una crescita elevata del turismo”.
L’ottimismo sinistro di Amato
Quindi in pratica è vero che il governo Meloni ha invertito tutti i dati macroeconomici che riguardano il Sud riportando lavoro, speranza, crescita economica e investimenti ma l’ottimista Amato è preoccupato comunque perché “finita l’iniezione di risorse da parte del Pnrr, rimanga solo il turismo”, come sempre è accaduto quando in Italia governava la sinistra che lui stesso ha ben rappresentato.
Quindi dopo il sud il tema centrale dell’intervista sono i giovani. Per il quotidiano Avvenire sono ragazzi che ‘scendono in piazza’ mentre i tanti che hanno visto e vissuto le mobilitazioni delle scorse settimane sono saccheggiatori di negozi e devastatori. Al di là delle accezioni linguistiche, in ogni caso, Amato è evidentemente certo di poter dare lezioni anche su questo tema, che considera nelle sue corde e su cui ritiene di avere risposte: “I giovani sono una categoria difficile da definire in termini unitari. Da quello che vediamo in questi giorni ci sono tante cose: l’insoddisfazione per la scuola, per il lavoro precario e a basso salario. C’è anche la questione climatica. Oltre ai minori e ai figli di seconda generazione. È un discorso complesso. In ogni caso la risposta per trattenere i giovani è una sola: retribuzioni più alte, conseguibili con la maggiore produttività di una crescita con innovazione”.
La questione climatica: un tema dirimente
Quindi una volta affermato il principio che la questione climatica si risolve con le retribuzioni più alte, l’ex presidente del Consiglio ha risposto alla domanda diretta sui giovani violenti, dando la responsabilità ai politici e all’emarginazione: “So bene che spesso sono figli o nipoti di immigrati. Non possiamo espellere questi cittadini italiani di seconda o terza generazione. Non possiamo emarginarli. Sono impressionato dalla mancanza di iniziative da parte dei politici. Solo la Chiesa e il presidente Mattarella richiamano alla necessità dell’integrazione. Quando ero ministro dell’Interno del governo Prodi consolidai la consulta interreligiosa voluta dal mio predecessore Beppe Pisanu. Feci scrivere una Carta dei valori condivisa da tutti: cattolici, ebrei, musulmani. Sull’esempio di Charles Taylor (filosofo canadede, ndr) e del Canada: non è assimilazione e non è multiculturalismo. Ma è interculturalismo” ha detto.
L’ennesima lezione non richiesta
E sul ruolo della scuola ha spiegato che “La nostra non è una cattiva scuola, ma ha un compito educativo che va oltre le discipline del programma. E perciò gli insegnanti vanno preparati”. E ha chiaro il ruolo della politica che “dovrebbe riuscire a ripristinare quello che la Costituzione le chiederebbe: ossia la partecipazione dei cittadini. E quindi la condivisione dei processi. O la distanza rimarrà enorme. È ovvio che ci sia l’astensionismo, se è una volta sola ogni cinque anni che mi coinvolgono perché dica la mia. Le preferenze previste dalla nuova legge elettorale sono un piccolo aiuto”.
Insomma resta il dubbio se quella di Giuliano Amato sia stata un’intervista o una lezione. Ma c’è anche una certezza: non se ne sentiva davvero il bisogno.