Febbre da rivolta
Bertinotti e la nostalgia della rivoluzione: esalta le piazze francesi in stile Sessantotto, ma dimentica il terrorismo rosso
Il nuovo Sessantotto francese, col rischio di contagio al resto d’Europa, solleva nostalgie, ricordi, voglia di emulazione a sinistra. Anche in quella sinistra pensante, come Fasuto Bertinotti, ma ormai fuori dal giro politico. Ecco che in una intervista alla Stampa, l’ex leader di Rifondazione, nonché presidente della Camera, si lancia in una esaltazione delle rivolte di piazza degli studenti, in Francia, salutandole come momenti di rivoluzione positivi. Ma caro Bertinotti, il Sessantotto aprì la strada al terrorismo rosso, in Italia, e agli Anni di Piombo: siamo sicuri che sia tutto così bello? No, Fausto, Bertinot-in-my-name…
Bertinotti e la favola del Sessantotto
Il nuovo Sessantotto francese? “Una parte dell’Europa si trova di fronte a una contestazione sociale e politica di prima grandezza. La cultura dominante non la sa leggere, perché ne è estranea e considera effimeri i movimenti. La destra li criminalizza, facendo delle marginalità violente la chiave del tutto. E la sinistra appare spiazzata, lo spiazzamento di chi è abituato a vedere i movimenti attendendosi lo sbocco politico. Nessuno si misura sul fenomeno in sé, riassumibile in quello striscione in place de la Bastille: “Gen Z in collera”. Collera per le condizioni materiali, ma anche verso chi ha smesso di fare il suo mestiere, illudendosi delle virtù del mercato».
Bertinotti plaude alla piazza. “La novità non va misurata sul carattere quasi di buon senso delle rivendicazioni: scuole, case, trasporti, asili nido. La parte bassa del welfare. Gli obiettivi posso anche essere ragionevoli, ma sono perseguiti con la radicalità di un approccio critico al sistema. Sennò non si spiega la collera. Lì dentro non c’è solo l’obiettivo realistico, ma la messa in discussione del sistema… Dopo tanta retorica potremmo dire che è un movimento per la vita e per un altro destino della comunità. Non sono solo io a volere la casa, siamo noi a lottare per il bene comune… Non potendo più realizzare la riforma dall’alto dello Stato, la realizzo dal basso, come processo di conquista delle casematte». Fausto ne è convinto. “Siamo di fronte a una radicalità che rifiuta il paradigma assunto dall’Occidente nell’ultimo ciclo. Quello che gli economisti chiamano il vincolo esterno. Ovvero: il primato della compatibilità sul bisogno, di cui l’Europa di Maastricht è stata la costruzione politica, con buona pace del pilastro sociale caro a Delors”. E parla delle riscoperta della radicalità dei movimenti».
“In Italia non abbiamo mai tagliato le teste”
“Il municipalismo rosso, è la novità da esplorare, da New York a Saint Denis, da Manchester a Berlino, dove la Linke, a proposito di casa, ha vinto promettendo la requisizione degli alloggi delle multinazionali e mettendo in discussione il principio assoluto della proprietà: se il mercato non soddisfa i bisogni, intervenga il pubblico». E in Italia? «Fatta eccezione per il movimento pro-Gaza, fortemente basato sull’emozione di fronte a un manifesto genocidio, la tradizione italiana è legata alle grandi organizzazioni del movimento operaio. Anche quando nel ’68 si è prodotta una grande rottura con le ortodossie politiche, c’è stata una interazione. Che poi è stata la forza di quella stagione: la saldatura tra studenti e operai. Accade così in un Paese che non ha mai tagliato la testa a un re: sine ecclesia, nulla salus…».