Oltre il tempo
Tutto passa, il rito resta: perché l’uomo moderno ha ancora bisogno di simboli e cerimonie
Cambiano le forme e si indeboliscono alcune tradizioni, ma il bisogno di trasformare i momenti importanti in esperienze collettive appartiene a ogni epoca e resiste alla modernità
Abbiamo eliminato il vestito della domenica, abbiamo drasticamente ridotto le occasioni nelle quali è richiesto un abbigliamento formale (e rivisto il concetto stesso di formalità) e abbandonato molte convenzioni che regolavano la vita delle generazioni precedenti. L’individuo nel tempo ha conquistato una libertà sempre maggiore nel decidere come comportarsi e quali tradizioni rispettare, eppure proprio nella società che più di ogni altra ha cercato di liberarsi dalle formalità continuiamo a sposarci davanti a parenti e amici, a celebrare pubblicamente le lauree, a riunirci per commemorare i morti e a riempire le piazze per feste che talvolta risalgono a secoli fa.
La necessità del rito
Il rito, insomma, non è scomparso insieme al mondo che lo aveva prodotto. Ha cambiato forma, certo, e ha perso in alcuni casi la propria dimensione religiosa per acquisirne una più personale, ma ciononostante continua a occupare uno spazio importante nella vita contemporanea. Persino quando rifiutiamo le cerimonie ereditate dal passato, spesso finiamo per inventarne di nuove e moderne, segno che l’uomo ha in ogni tempo il bisogno di attribuire una forma visibile ai momenti che reputa importanti.
Dare un confine al tempo
La funzione più profonda del rito è probabilmente quella di separare ciò che viene prima da ciò che viene dopo. La nascita, l’ingresso nell’età adulta, il matrimonio e la morte sono state accompagnati per millenni da cerimonie proprio perché rappresentano passaggi nei quali la condizione di una persona cambia davanti alla propria comunità d’appartenenza.
Una laurea, per molti versi, potrebbe essere considerata semplicemente la conclusione amministrativa di un percorso universitario, eppure continuiamo – e anzi lo facciamo più di prima – a organizzare proclamazioni, indossare corone d’alloro, scattare fotografie e riunire amici e familiari. Allo stesso modo, la persistenza delle cerimonie nuziali dimostra quanto sia ancora forte il desiderio di rendere pubblica una scelta privata, inserendola all’interno di una dimensione collettiva. Il rito crea così una cesura nel normale scorrere delle giornate e stabilisce che qualcosa è accaduto, attribuendogli un significato che supera la semplice formalità.
Una società informale che continua a celebrare
Il paradosso diventa ancora più evidente osservando le nuove generazioni, cresciute nella fase storica in cui molte vecchie formalità sono state definitivamente abbandonate e che, nonostante questo, hanno sviluppato ritualità proprie. Il diciottesimo compleanno viene preparato come un passaggio simbolico, la fine della scuola viene celebrata collettivamente e il conseguimento della laurea conserva formule e gesti tradizionali.
I social network hanno ulteriormente modificato questo processo. Compleanni, anniversari, fidanzamenti, matrimoni e traguardi personali vengono raccontati attraverso immagini e video, costruendo una sorta di cerimonia digitale nella quale la comunità non è necessariamente raccolta nello stesso luogo, ma partecipa attraverso uno schermo. La società dell’individuo non ha quindi cancellato il bisogno di riconoscimento collettivo, ma sembra averlo trasferito anche verso nuove forme.
Quando il rito costruisce una comunità
Esiste poi una dimensione che supera completamente il singolo individuo. Si pensi a feste patronali, processioni, commemorazioni civili, sagre, cerimonie militari e quelle ricorrenze nazionali che continuano a riunire comunità molto diverse tra loro. In numerosi piccoli centri italiani, dal Nord al Sud, alcune tradizioni rappresentano ancora oggi uno dei pochi momenti dell’anno nei quali una parte consistente della popolazione si ritrova nello stesso luogo.
Partecipare ogni anno alla stessa festa, percorrere le stesse strade e ripetere gesti compiuti dalle generazioni precedenti significa riaffermare l’esistenza di una continuità. Il rito collega persone che conducono vite completamente diverse e, almeno per alcune ore, le riconduce alla medesima appartenenza. È, in fondo, probabilmente questa una delle ragioni per cui molte tradizioni locali hanno saputo resistere alla modernizzazione: possono cambiare i mestieri e le abitudini, ma la ripetizione di una cerimonia consente alla comunità di riconoscersi ancora come tale.
Il bisogno di simboli
Per molto tempo la modernità ha guardato con sospetto alla ritualità, associandola talvolta a formalismi privi di sostanza o a convenzioni ereditate passivamente dal passato. Certamente esistono riti che possono perdere il proprio significato fino a trasformarsi in semplici abitudini, ma ridurre ogni cerimonia a un insieme di gesti inutili significa ignorare la funzione che simboli e rituali hanno avuto in praticamente tutte le civiltà.
Una bandiera, un abito particolare, una formula pronunciata pubblicamente o un gesto ripetuto secondo determinate modalità hanno valore proprio perché rimandano a qualcosa che li supera e li trascende. Rendono visibile un concetto astratto e permettono a una comunità di riconoscerlo senza doverlo spiegare ogni volta. Per questo università, religioni, Stati, eserciti e associazioni continuano a utilizzare cerimonie e simboli anche nell’epoca della comunicazione istantanea.
I nuovi riti della modernità
La prova più interessante della resistenza della ritualità si trova forse proprio laddove le vecchie tradizioni sono state abbandonate. Festival musicali, grandi eventi sportivi, concerti e manifestazioni collettive possiedono infatti alcuni elementi tipici del rito: luoghi riconoscibili, simboli condivisi, gesti ripetuti e soprattutto una comunità che sceglie di riunirsi attorno a qualcosa. Sarebbe sbagliato equiparare fenomeni profondamente differenti, ma la somiglianza nella struttura mostra quanto sia difficile eliminare completamente dalla vita umana il bisogno di ritualizzare l’esperienza.
Anche alcune abitudini quotidiane possono assumere una funzione simile. Il pranzo della domenica, la partita vista con gli stessi amici o una ricorrenza celebrata ogni anno costruiscono piccole continuità personali e familiari che contribuiscono a ordinare il tempo e a creare una memoria condivisa.
Ciò che resiste alla società liquida
In una società nella quale cambiano rapidamente lavori, luoghi, relazioni e abitudini, il rito conserva una caratteristica sempre più rara: stabilisce un legame tra ciò che siamo, ciò che siamo stati e la comunità alla quale apparteniamo. Non rappresenta necessariamente il rifiuto della modernità, ma può diventare una risposta alla sua frammentazione, offrendo coordinate temporali e simboliche all’interno di un’esistenza sempre più individualizzata.
L’uomo contemporaneo può modificare i riti ricevuti dal passato, abbandonarne alcuni e crearne di completamente nuovi, ma quel che non è in grado di fare è vivere senza ritualità. Abbiamo ancora bisogno di stabilire quando qualcosa comincia e quando finisce, di ricordare insieme chi non c’è più, di rendere pubblici gli impegni importanti e di riconoscerci periodicamente come parte di una comunità. In un mondo che tende a rendere ogni esperienza immediata e sostituibile, il rito continua ancora oggi e nonostante tutto a ricordarci che esistono momenti ai quali non basta semplicemente assistere, perché per acquistare davvero significato devono essere vissuti, condivisi e ricordati.