Guerra alle scritte
Spunta la scritta Opera Balilla durante un restauro a Viterbo, la sinistra impazzisce: “Cancellatela”
A Viterbo la Resistenza continua. Non contro una nuova organizzazione fascista, né contro nostalgici in marcia. Il nemico, stavolta, è una scritta degli anni Trenta riemersa sulla facciata di una scuola.
L’iscrizione dedicata all’Opera Nazionale Balilla, tornata visibile durante il restauro del liceo classico Mariano Buratti, è ormai un caso cittadino: manifestazioni, comunicati, interrogazioni parlamentari e persino un uomo incatenato al cancello.
Martedì si replica. Presidio davanti alla Provincia mentre il Consiglio provinciale discuterà una mozione sulla vicenda. Ci sarà anche l’Arci di Viterbo, poco conquistata dal tentativo di rendere l’iscrizione meno evidente: «Il fascismo si cancella, non si detonalizza».
La scritta si può schiarire. La polemica, evidentemente, molto meno.
Il liceo intitolato al partigiano Buratti
Il cortocircuito nasce dalla storia dell’edificio. Il palazzo di via Tommaso Carletti fu costruito durante il Ventennio e ospitò strutture dell’Opera Nazionale Balilla e poi della Gioventù italiana del Littorio.
Dal 1964 il liceo è invece intitolato a Mariano Buratti, insegnante e partigiano, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, arrestato dai nazisti, torturato a via Tasso e fucilato a Forte Bravetta il 31 gennaio 1944.
Durante i lavori finanziati con fondi Pnrr sono riemerse le vecchie iscrizioni. Da lì, il salto dal restauro alla battaglia politica è stato breve.
La protesta era cominciata già in estate. Paolo Bianchini, nipote di Buratti, si era incatenato al cancello chiedendo la cancellazione della scritta. Poi associazioni, partiti, sindacati e interrogazioni parlamentari, compresa quella presentata al ministro della Cultura da alcuni senatori del Pd.
Per essere una scritta su un muro, un curriculum politico di tutto rispetto.
La scritta sbiadisce, la battaglia continua
Nel frattempo la disputa è arrivata persino alla tonalità dell’iscrizione. Dal rosso acceso si è passati a una presenza assai più discreta sulla facciata. La ormai celebre «detonalizzazione».
Non basta. L’Arci tornerà in piazza chiedendo la cancellazione completa e sostenendo che mantenere l’iscrizione sia contrario ai principi antifascisti della Costituzione.
La Soprintendenza richiama invece i criteri di conservazione dei beni culturali e il valore documentario delle stratificazioni storiche dell’edificio.
Ed eccoci al gran finale.
Martedì ci saranno una mozione in Provincia, un presidio davanti al palazzo, associazioni mobilitate e nuove dichiarazioni. Tutto per alcune lettere riemerse dall’intonaco di un edificio costruito quasi un secolo fa.
La scritta, intanto, è stata schiarita.
Ma la battaglia continua.
E mentre il rosso sulla facciata lentamente impallidisce, a Viterbo c’è ancora chi presidia l’ultima trincea.
Quella dell’intonaco.