Il libro
Quando l’avversario diventa il male: “I nuovi padroni del pensiero” raccontati da Francesco Borgonovo
Dallo gnosticismo rivoluzionario alle guerre culturali: il giornalista indaga la trasformazione del dissenso in colpa e il potere di chi pretende di salvarci
Ci sono libri che scelgono un bersaglio e lo colpiscono ma ci sono anche quelli che provano a capire da dove quel bersaglio provenga. I nuovi padroni del pensiero di Francesco Borgonovo (ediz. LiberLibri) appartiene alla seconda categoria. È un pamphlet agile, poco più di cento pagine, ma costruito intorno a una tesi che va ben oltre la polemica politica del momento: dietro alcune delle forme più radicali del progressismo contemporaneo si nasconderebbe una struttura culturale antica, fondata sulla convinzione che il mondo sia malato e che solo qualcuno possieda gli strumenti per redimerlo.
“I nuovi padroni del pensiero” e la questione culturale
Il libro parte da lontano, dalle vicende di alcune sette salvifiche nordamericane nelle quali figure autoproclamatesi “messia” e “profeti” promettono la salvezza attraverso la rottura con il mondo reale, arrivando talvolta a esiti tragici. Ma la cronaca delle sette interessa a Borgonovo soprattutto come porta d’ingresso ad una questione culturale: quale struttura mentale rende possibile la pretesa di conoscere la strada per rifare il mondo e, insieme, l’uomo che lo abita? La domanda conduce direttamente al cuore del libro.
Lo gnosticismo rivoluzionario
Attraverso un’ampia riflessione sul pensiero di Augusto Del Noce, Borgonovo individua nello gnosticismo rivoluzionario una delle chiavi della modernità politica. Il mondo viene considerato corrotto, ingiusto, mal costruito ma solo qualcuno possiede la conoscenza capace di individuarne le cause e di indicare la strada della redenzione.
Il passaggio decisivo avviene quando la politica smette di voler governare il mondo reale e pretende di rifarlo. Non basta più sapere che cosa è sbagliato: occorre sapere che cosa è definitivamente giusto e, soprattutto, come arrivarci. La distanza tra il messia della setta e il rivoluzionario moderno si riduce allora considerevolmente. Cambiano linguaggi e strumenti, ma resta una struttura mentale: il mondo è malato, noi conosciamo la cura, chi si oppone alla cura appartiene al male.
È qui che una concezione politica può trasformarsi in una concezione religiosa del potere. E quando qualcuno pretende di possedere la verità necessaria alla salvezza, inevitabilmente deve anche individuare coloro che impediscono quella salvezza. Da qui nasce il nemico.
Dall’errore alla colpa
È questo il passaggio nel quale il libro diventa una riflessione sulle guerre culturali del presente. Una società liberale non ha bisogno che tutti condividano le stesse idee. Anzi, la libertà consiste anche nel diritto di sostenere idee radicali, sgradevoli, perfino profondamente sbagliate, purché possano essere espresse, discusse e contestate. Il meccanismo denunciato da Borgonovo comincia quando questa distinzione si spezza.
L’avversario non è più qualcuno che ha torto: diventa qualcuno che è nel torto. E progressivamente qualcuno che è moralmente colpevole di esserlo. Sembra una differenza sottile, ma non lo è affatto. Perché con l’avversario si discute mentre con il nemico ci si difende. L’avversario può essere sconfitto nel dibattito, nelle urne, nelle piazze, nei libri e sui giornali. Il nemico, invece, deve essere neutralizzato.
È una sequenza che attraversa il libro: delegittimazione, disumanizzazione, ostracismo, espulsione dal confronto. Alla fine, dunque, l’avversario si combatte, il nemico si elimina. E qui emerge la parte più inquietante della tesi di Borgonovo: il problema non è semplicemente l’esistenza di un pensiero dominante, ma la pretesa di trasformare quel pensiero nella misura morale con cui giudicare tutti gli altri.
Quando la censura non si chiama censura
Il capitolo dedicato alle battaglie culturali rende concreto questo meccanismo. La censura contemporanea non deve necessariamente assumere la forma del divieto. Può consistere nell’impedire una presentazione, nel boicottare un libro, nel rendere sconveniente la presenza di un autore in una occasione di dibattito, nel costruire attorno a una voce un clima di riprovazione tale da scoraggiarne l’ascolto.
Non si vieta sempre di parlare. A volte si fa qualcosa di più sottile: si rende costoso parlare. Le vicende richiamate da Borgonovo nel mondo dell’editoria, compresa quella recente della piccola e media editoria, mostrano proprio questo passaggio. Il dissenso viene espulso dal confronto prima ancora di essere discusso. Nella stessa prospettiva si colloca il confronto con le posizioni di Michela Murgia e Roberto Saviano sull’“odio” come possibile misura della distanza morale dall’altro.
Borgonovo non nega il diritto di giudicare moralmente un’idea. La questione diventa un’altra quando il giudizio si trasforma in una gerarchia tra persone e quella distanza morale diventa criterio per stabilire chi possa ancora partecipare al dibattito. Il problema, dunque, non è avere convinzioni forti, ma è quando la forza delle convinzioni diventa il diritto di escludere chi non le condivide.
Charlie Kirk e la famiglia del bosco
Gli episodi conclusivi permettono a Borgonovo di verificare la propria tesi su terreni molto diversi. La vicenda di Charlie Kirk rappresenta il punto più drammatico della delegittimazione dell’avversario. Kirk era un polemista dai toni spesso duri e provocatori ma sempre, comunque, alla ricerca del dibattito e del confronto diretto. Non occorre condividere le sue posizioni, tuttavia, per riconoscere che proprio il modo in cui un avversario viene definito può diventare parte del problema.
Quando una persona viene progressivamente ridotta alle categorie morali con cui viene descritta — razzista, tossico, pericoloso — la discussione delle sue idee rischia di diventare secondaria. Non si combatte più ciò che dice ma si delegittima il diritto stesso di dirlo. La sua morte diventa allora, nel ragionamento di Borgonovo, un drammatico test culturale: che cosa accade quando l’avversario è stato trasformato in un nemico morale?
Il caso della famiglia Trevallion, la cosiddetta “famiglia del bosco”, porta invece la stessa questione sul terreno educativo. Qui non occorre condividere le scelte dei genitori, né ignorarne le contraddizioni e i limiti. La domanda è un’altra: fino a che punto può arrivare il potere pubblico quando interviene in nome del bene superiore dei bambini? Anche qui il potere non si presenta come arbitrio, ma come tutela di un bene indiscutibile. È il paternalismo nella sua forma più moderna: non ti impedisco qualcosa perché conviene a me, ma perché ritengo di sapere ciò che è meglio per te.
Una deriva che non appartiene soltanto alla sinistra
Sarebbe tuttavia troppo semplice trasformare il libro in un atto d’accusa contro la sinistra. Borgonovo individua nel progressismo radicale il terreno nel quale queste dinamiche emergono oggi con sempre maggiore evidenza, anche attraverso l’eredità “salvifica” di una certa tradizione marxista: l’idea di poter costruire una società nuova liberandola dalle idee e dagli uomini che ne ostacolano la realizzazione.
Ma proprio qui il ragionamento può essere portato un passo oltre. Quando una parte politica considera l’altra il male, la reazione rischia di diventare speculare perché anche una destra radicalizzata può trasformare l’avversario in nemico e rispondere alla delegittimazione con altra delegittimazione. La spirale è allora perversa perché è la stessa guerra culturale che produce le condizioni per la sua stessa radicalizzazione. E questo significa che la questione posta da Borgonovo non riguarda soltanto una parte politica. Riguarda la natura stessa del conflitto nella società contemporanea.
Il problema non è avere un pensiero dominante
I nuovi padroni del pensiero non è una monografia definitiva sullo gnosticismo, né pretende di essere una storia complessiva del progressismo contemporaneo. È un pamphlet d’intervento, e come tale va giudicato. La sua forza sta nell’aver messo in relazione fenomeni che normalmente vengono considerati separatamente: il messianismo delle sette, la filosofia di Del Noce, le genealogie rivoluzionarie, le guerre culturali, l’ostracismo e le forme contemporanee del conformismo.
La tesi può essere discussa. Ci si può chiedere se la categoria dello gnosticismo rivoluzionario non rischi talvolta di diventare troppo ampia, se tutti gli esempi siano riconducibili alla stessa genealogia oppure se, in qualche passaggio, la lettura politica del presente non finisca per prevalere sulla ricostruzione culturale. Ma il problema posto dal libro resta. Quando un’idea politica smette di essere un’idea e diventa la rappresentazione del Bene, il dissenso non è più soltanto un errore: diventa una colpa.
Ed è allora che l’avversario può trasformarsi in nemico. La domanda che Borgonovo consegna al lettore, in fondo, non riguarda soltanto i nuovi padroni del pensiero ma riguarda tutti noi: quanto può essere ancora libera una società nella quale, per poter discutere, dobbiamo prima riconoscere all’altro il diritto di avere torto?