L'intervista
«Per l’AI torniamo al Futurismo: il progresso trae origine dall’umano e all’umano deve tendere». Parla Bovalino
Il sociologo dei media, autore del saggio "La Gaia Incoscienza. Immaginari del Tecnopotere", invita a ricercare «una tecnologia della speranza per provare a costruire la felicità» o «provarci perlomeno»
Tra “Apocalittici” e “Integrati” esiste una terza via ed è quella dell’«uomo al volante» espressa dal Futurismo. A indicarla è il sociologo dei media, Guerino Nuccio Bovalino, dottore di ricerca all’Université Paris V, La Sorbonne e ricercatore del Leiris, il laboratorio dell’Université Paul Valery di Montpellier che si occupa di analizzare il reale, l’immaginario sociale e i media. Bovalino invita a ricercare «un futurismo spirituale» e perseguire una «visione» che consideri la tecnologia «strumento per migliorare la nostra vita e per riaccendere sogni futuristici». «Una tecnologia della speranza per provare a costruire la felicità» o «provarci perlomeno».
Il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla oggi tra entusiasmo e paura. Lei, nel suo testo La Gaia Incoscienza. Immaginari del Tecnopotere (Luiss University Press) individuava in Yuval Noah Harari e Peter Thiel due figure iconiche utili a rappresentare i campi contrapposti. Perché?
«Harari e Thiel sono figure importanti del nostro tempo, protagonisti del dibattito pubblico. Lo storico israeliano ha scritto dei libri divenuti dei best seller. Nel suo “Homo Deus” racconta la corsa dell’uomo a farsi Dio attraverso le innovazioni tecnologiche e i potenziali rischi che ne derivano. Thiel è considerato, di contro, il Cavaliere oscuro della nuova era postumana, il teorico di un nuovo mondo e di una nuova era post-democratica dove l’IA diviene strumento in grado di riconfigurare le nostre esistenze e il senso stesso della nostra vita. Funzionerebbero bene come l’eroe e il villain di un fumetto comics! Ma chi è realmente l’uno, chi l’altro?».
Possiamo rispolverare le categorie di Umberto Eco per interpretare le reazioni scatenate dall’IA. Chi sono gli Apocalittici oggi?
«L’IA è il nuovo nemico di quelli che chiamo gli interpreti del “progressismo apocalittico”. Coloro che ogni giorno cantano l’imminente arrivo della fine del mondo. Per colpa del clima o della tecnologia, poco cambia. Yuval Noah Harari è uno dei rappresentanti di questo processo. Nel testo lo definisco il nuovo Geremia. Il profeta biblico annunciò la catastrofe per i giudei contro i falsi profeti che prospettavano loro un futuro di prosperità e conquiste. Si scagliò contro le sirene e gli idoli, oggetti inorganici che divenivano totem, feticci da adorare. Per Geremia, gli idoli sono solo legno intagliato, ornato per diventare più attraente. Un legno costretto a rimanere muto, fisso. Non parla, è immobile. Gli idoli non nuocciono, tantomeno fanno del bene, sono inutili orpelli. Mi è parso un attacco che Geremia potrebbe oggi destinare alle nuove tecnologie. Agli idoli di chip, incapaci di un’etica, perché specchio dei desiderata umani più viscerali e istintivi. Harari, come un nuovo Geremia, compie un passo ulteriore scagliandosi contro la potenza inedita dell’IA. Oltre alla dimensione puramente tecnologica, l’IA è per lo storico israeliano un’intelligenza aliena capace di inglobare l’uomo stesso. Capace di renderlo, nel futuro, un residuo del presente. Per Harari il tecnopotere è l’apprendista stregone che ha liberato forze incredibilmente potenti. Usa e Cina stanno creando strumenti che non sanno più controllare. Il populismo fa il resto del lavoro, minando la democrazia e creando un mondo disunito. È un mix letale: disgregazione sociale e violenza distruttrice delle intelligenze artificiali. Il vaso di Pandora è ormai aperto. Il destino è per lui segnato».
Peter Thiel rappresenta invece gli Integrati?
«Sì. Peter Thiel è l’imprenditore hi-tech ma soprattutto il tecno-filosofo ispiratore dell’immaginario tecno-libertario oggi divenuto egemonico. Thiel è l’antitesi di Geremia. E di Harari. Per Thiel viviamo nell’epoca dei cantori dell’apocalisse, che lui critica e contrasta. Il tycoon-intellettuale considera i vecchi progressisti i nuovi apocalittici, i cavalieri che annunciano la fine dell’Occidente».
Fra Apocalittici e Integrati può esistere una terza via?
«È necessaria. Mi pare che il dibattito europeo stia cercando proprio una posizione nella quale lo sviluppo dell’intelligenza artificiale possa essere accompagnato da una riflessione sulle sue conseguenze sociali, culturali ed etiche. Non si tratta di fermare la tecnologia, ma nemmeno di affidarsi ciecamente alla sua potenza. Si tratta di creare le condizioni per svilupparla e utilizzarla mantenendo al centro l’essere umano. Anche Altman, Musk e altri leader della rivoluzione tecnologica ritengono ineludibile riflettere sui rischi che l’inarrestabile sviluppo dell’IA può creare per l’umanità. Papa Leone XIV ha dedicato la sua prima enciclica all’IA, poiché “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti”. Per Leone non basta regolarla, va disarmata e resa ospitale. Papa Leone va oltre, ritenendo necessario l’impegno umano nell’atto di creazione (e nell’atto creativo) del futuro. Il genio dell’uomo è coinvolto e responsabile di ciò che nasce grazie a questo potere inedito che sprigionano le intelligenze generative. È il salto concettuale che ci invita a compiere Luciano Floridi, filosofo dell’Università di Yale, quando nel suo nuovo libro, La differenza fondamentale, ci invita a cambiare lente, a sostituire “intelligenze” con “agency”, cioè capacità di agire».
Perché questo passaggio è così importante?
«Perché le diverse forme di IA non sono intelligenze post-umane che riescono a pensare. Esse sono agenzie artificiali che fanno. “L’Ai non pensa: agisce”. Non è l’emozione antropomorfica ma il tipo di governance che deve interessarci. L’IA non è un cervello elettronico, ma un braccio esteso. Non è una mente, è un moltiplicatore di azioni. È necessaria una visione umanocentrica della tecnologia, così come indicato anche dal nostro presidente del consiglio, Giorgia Meloni, per difenderci dalla post-verità, per ribadire la supremazia dell’intelletto sull’algoritmo e per tutelare, la dignità dei lavoratori nell’era del postumano prossimo. È una visione umanocentrica che ha radici nella nostra cultura nazionale, nel movimento futurista. L’artista, come diceva McLuhan, è un “radar” in grado di captare il futuro prima degli altri. I nostri rabdomanti sono stati i futuristi».
Che rapporto c’è tra Futurismo e IA?
«Per comprendere l’intelligenza artificiale dobbiamo tornare al Futurismo. La rivoluzione del Futurismo fu sconvolgente. I nuovi linguaggi estetici futuristi, mentre preparavano il terreno alle correnti d’avanguardia, contemporaneamente evidenziavano un’inedita attenzione per la vita quotidiana. È la vita concreta a divenire protagonista, la vita di un uomo che inizia ad accorgersi del cambiamento apportato nella propria esistenza dalle macchine. Uomini strappati dalla macchina alla quiete della vita rurale e proiettati con violenza nelle immense metropoli e in quelle fabbriche che sembrano inghiottire gli esseri umani, come rappresenterà perfettamente il geniale Charlie Chaplin nel suo “Tempi moderni” del 1936. Nel film, Chaplin interpreta un operaio nella catena di montaggio che viene risucchiato dentro gli ingranaggi della macchina industriale. Il Futurismo può essere letto in controluce come un monito sul potere della tecnologia che i futuristi stessi sperano di controllare immaginando l’umano alla guida di questa rivoluzione: l’uomo avrebbe perciò dovuto domare il mostro meccanico per evitare di essere travolto dalla modernità».
Qual è l’insegnamento principale che possiamo trarre dal Futurismo sul fenomeno dell’IA?
«Nel Manifesto del Futurismo è espressa l’idea di un uomo che non può accontentarsi di farsi semplicemente sedurre dalla velocità e dalla macchina. Poiché i futuristi hanno un progetto chiaro: “Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra”. Il Futurismo promuove il mito della velocità, la forza della macchina e l’uomo nuovo. Ma è una fiducia in un progresso che deve considerare l’essere umano come elemento centrale e nucleo di ogni cosa. È dall’umano che trae origine ed è all’umano che esso deve tendere, poiché è l’intelligenza dell’uomo a rendere possibile la creazione di macchine sorprendenti. Ogni innovazione tecnologica è una nuova protesi con cui l’uomo può amplificare i suoi sensi. La mente. McLuhan, decenni dopo, illustrò benissimo questo concetto. Echi di questa missione futurista li ritroviamo nella ricerca di Musk che prova a moltiplicare il potenziale umano. Fra la vista ridata con Neuralink e la promessa della conquista dello spazio. Un neofuturismo dalle venature mistiche e carnali. Un Futurismo spirituale. L’obiettivo di un futurismo spirituale deve essere quello di rifuggire la convinzione che la tecnologia debba essere ridotta ai social e a tecnologie pericolose per la psiche e per la socialità e che esista una visione della tecnologia che la considera strumento per migliorare la nostra vita e per riaccendere sogni futuristici. Una tecnologia della speranza per provare a costruire la felicità, provarci perlomeno».