Bruxelles ci dà ragione
Neutralità tecnologica e sovranità industriale: l’agenda europea che l’Italia ha anticipato
Ieri pomeriggio, a Roma, in un incontro di Gioventù Nazionale intitolato “Coraggio Nucleare”, ho sostenuto che l‘Italia non ha un problema di risorse, competenze o filiera industriale sul nucleare, ma ha avuto, per decenni, un problema di coraggio politico. Mercoledì, a Strasburgo, la presidente della Commissione europea aveva pronunciato il discorso sullo Stato dell’Unione. Leggendo il capitolo dedicato a energia e competitività, colpisce una cosa: Bruxelles sembra arrivare, con qualche anno di ritardo, dove l’Italia si trovava già.
Per anni il dibattito europeo sull’energia ha trattato le fonti come schieramenti quasi valoriali: rinnovabili “buone”, nucleare “sospetto”, gas “necessario ma da nascondere”. Una logica che ho provato a criticare nei miei lavori più recenti, sostenendo che le fonti energetiche non sono nemiche tra loro né rappresentano visioni alternative di civiltà, ma strumenti: ciascuno con una funzione, un costo, un profilo di rischio diverso a seconda del contesto.
Il paradosso italiano
Per comprendere il paradosso energetico italiano occorre partire da un numero che pochi conoscono, ma che dice tutto. L’Italia, con ben due referendum, ha detto no al nucleare. Eppure oggi importiamo nucleare ogni giorno. Nel 2025 l’Italia ha importato circa 52 TWh di elettricità dall’estero, soprattutto da Francia e Svizzera. E sapete quanto di quella elettricità ha origine nucleare? Tra i 18 e i 22 TWh, secondo una stima incrociata su dati Terna e del gestore di rete francese Rte. L’Italia, che ha da tempo chiuso le sue centrali, ne importa comunque elettricità prodotta da fonte nucleare — pagandola però più cara, senza controllarne la produzione, senza costruire filiera, senza creare un solo posto di lavoro qualificato sul nostro territorio. Questo è il punto di partenza: non è più in discussione se il nucleare debba far parte del futuro energetico italiano. Ne fa già parte. La domanda vera è se vogliamo continuare a importarlo, o se abbiamo il coraggio di produrlo.
Inoltre la domanda di elettricità italiana non resterà quella di oggi. Nel 2025 si è attestata a 311 TWh — coperti per il 41% da rinnovabili, per circa il 44% da fonti fossili (soprattutto gas) e per il restante 15% da importazioni dall’estero. Secondo le previsioni convergenti di Terna e Snam, salirà fino a 400-450 TWh entro il 2040 — un incremento del 30-45%. Una parte importante di questa crescita viene da un fattore fino a pochi anni fa marginale: i data center per l’intelligenza artificiale, che da soli potrebbero aggiungere tra i 22 e i 40 TWh entro il 2035.
Chi si oppone al nucleare deve rispondere a una domanda semplice: con cosa pensiamo di coprire questa domanda crescente, se non con fonti programmabili e a zero emissioni?
Il conto salato della dipendenza energetica
L’Italia paga l’elettricità all’ingrosso più cara d’Europa: 116 euro al megawattora nel 2025, contro una media europea di 85. Un differenziale che non è congiunturale, è strutturale. E ha una causa precisa: la volatilità del gas naturale, che in Italia fissa il prezzo dell’elettricità per oltre il 63% delle ore dell’anno.
Il meccanismo è semplice, anche se il dibattito pubblico raramente lo spiega bene: il prezzo dell’elettricità viene fissato dall’ultima fonte necessaria a coprire la domanda. In Italia, quella fonte è quasi sempre il gas. Il risultato è che ogni tensione geopolitica sul gas – una crisi in Medio Oriente, una tensione allo Stretto di Hormuz – si scarica direttamente sulla bolletta degli italiani e sulla competitività delle nostre imprese.
Guardiamo alla Francia: produce il 70% della sua elettricità dal nucleare, e paga il megawattora 58 euro in meno rispetto a noi. Non è un caso, è un fatto strutturale. E quella differenza non è un dato astratto: per una ceramica di Sassuolo, per un’acciaieria di Brescia, è la differenza tra un margine che regge e uno che si erode, tra restare in Italia o delocalizzare.
Il nucleare non è un’alternativa, è un rafforzamento
Qui vale la pena essere chiari su un punto che spesso viene frainteso: il nucleare non è in competizione con le rinnovabili. È il loro completamento necessario. Le rinnovabili fanno benissimo il loro lavoro nelle ore di sole e di vento. Ma restano aperte le ore notturne, i picchi invernali, le settimane di alta pressione senza vento. È lì che nessun’altra tecnologia, oggi, può sostituire una fonte di base programmabile e a zero emissioni. E c’è un ruolo che il dibattito pubblico sottovaluta: quello di stabilizzatore della rete elettrica. Una rete alimentata solo da fonti intermittenti – sole e vento che vanno e vengono – ha bisogno di una base solida su cui appoggiarsi, pena continue oscillazioni di frequenza e tensione. Il nucleare, fornendo energia costante e programmabile, è proprio quella base: non compete con le rinnovabili, le rende più stabili e più facili da integrare nella rete.
E c’è un secondo argomento, forse ancora più importante del prezzo: la resilienza geopolitica. Nel febbraio di quest’anno, la crisi allo Stretto di Hormuz ha provocato la sospensione, per forza maggiore, delle forniture di gas naturale liquefatto dal Qatar — l’11% dei nostri consumi nazionali, sparito in un colpo solo. Il prezzo dell’elettricità in Italia è arrivato a superare i 197 euro al megawattora, con punte oltre 200.
Il nucleare non elimina ogni dipendenza dall’estero – anche l’uranio si importa – ma ne cambia la natura. Il combustibile nucleare si acquista sul mercato globale e si stocca per anni: non deve transitare ogni giorno per uno stretto sotto tiro, come il gas che arriva via nave o gasdotto. È una dipendenza gestibile, non una vulnerabilità in tempo reale. E c’è un parallelo che il dibattito pubblico ignora quasi sempre: anche le rinnovabili dipendono dall’estero, in modo spesso meno diversificato. Il 98% dei pannelli fotovoltaici importati nell’Unione europea arriva dalla Cina, che controlla anche gran parte della filiera delle batterie e degli inverter. Nessuna fonte energetica, oggi, è del tutto autosufficiente: la domanda giusta non è quale fonte non dipenda da nessuno, ma quale dipendenza sia meglio gestita. Ed è questa la vera protezione strutturale contro la volatilità del mondo che ci circonda.
Una filiera industriale viva e vegeta
E qui arriva la parte meno conosciuta: l’Italia non deve inventarsi nulla da zero. Nonostante la chiusura delle centrali nel 1987, l’Italia ha mantenuto una filiera industriale nucleare che è oggi considerata la seconda in Europa per competenze, dopo la Francia.
Enea, con i centri di ricerca di Brasimone, Bologna e Casaccia, è un punto di riferimento riconosciuto a livello europeo per i reattori di quarta generazione a piombo liquido. E guida, attraverso il consorzio Eagles – insieme ad Ansaldo Nucleare, e ai partner belgi e rumeni Sck Cen e Raten – lo sviluppo di Eagles-300, un reattore modulare da 350 megawatt: il primo dimostratore, realizzato in Belgio, è atteso entro il 2034; il reattore commerciale entro il 2039.
E non c’è solo la fissione. C’è una seconda partita, forse ancora più affascinante, che l’Italia sta giocando da protagonista: la fusione nucleare — la tecnologia che promette energia pulita, sicura, con un combustibile virtualmente illimitato. A Frascati, il Consorzio DTT — che riunisce Enea, Cnr, Infn, università italiane e, non a caso, Eni — sta costruendo il Divertor Tokamak Test Facility: un impianto che sarà, dopo ITER, il più avanzato d’Europa. Non è un progetto qualsiasi. È la conferma che l’Italia, sulla fusione, non insegue: guida. Siamo oggi il secondo Paese europeo, dopo la Germania, per volume di attività di ricerca sulla fusione coordinate da Eurofusion. Le nostre imprese si sono già aggiudicate oltre due miliardi di euro di contratti per la costruzione di ITER, il grande reattore sperimentale in costruzione in Francia. E quando Eni decide di sostenere Commonwealth Fusion Systems — lo spin-off del MIT che sta costruendo i primi impianti commerciali a fusione al mondo — e quell’azienda si rivolge proprio all’industria italiana per costruire la camera di reazione del reattore, non è un caso isolato. È la prova che quando all’Italia viene data la possibilità di competere, sa vincere.
Nel 2025 è nata Nuclitalia — Enel, Ansaldo e Leonardo insieme — per costruire il più importante player nazionale nel settore nucleare. Anche perché i numeri della filiera parlano chiaro: sono oggi oltre 70 le aziende italiane coinvolte nella filiera industriale del nucleare, tra grandi gruppi e piccole e medie imprese specializzate in ingegneria, componentistica, certificazione. Una filiera che non aspetta il primo reattore per esistere — esiste già, ed è pronta a scalare non appena la domanda industriale lo richiederà.
Non è un punto di partenza teorico. È un vantaggio competitivo reale, che altri Paesi europei non hanno, e che rischiamo di sprecare se non lo trasformiamo rapidamente in decisioni concrete.
Il modello mediterraneo
C’è poi una dimensione ulteriore, forse la più politica di tutte, che vale la pena approfondire. Il nucleare non è solo una questione di bolletta. È uno strumento di potere. La differenza tra hard power e soft power, in questo campo, è netta: l’hard power è l’arma del ricatto – chiudere un gasdotto, imporre un prezzo politico. Il soft power è la capacità di proporre un modello che altri Paesi scelgono di adottare, non perché costretti, ma perché conviene.
E qui la filiera industriale nucleare italiana può giocare un ruolo che nessuna grande potenza nucleare tradizionale può replicare allo stesso modo: non un modello di conquista, ma un modello di partnership. È lo stesso spirito che ispirò, settant’anni fa, l’Italia di Enrico Mattei nel Mediterraneo – un Paese che non arrivava per sfruttare le risorse altrui, ma per costruire insieme ai partner locali un rapporto di sviluppo condiviso. Il nucleare italiano, se sapremo giocarlo bene, può essere l’erede di quella stagione: non grandi centrali imposte dall’alto da una potenza straniera, ma tecnologia, formazione e know-how regolatorio condivisi con chi li vuole. Guardate cosa sta succedendo in Africa. Algeria, Marocco, Kenya, Ghana hanno espresso interesse per capacità nucleari civili. E chi si sta già posizionando come fornitore? La Rosatom russa. Le cinesi CNNC e CGN. Se l’Italia non entra ora in questo spazio, lo occupano altri – e lo occupano con un modello estrattivo, non con un modello di co-sviluppo.
L’Italia ha invece una carta che nessun altro Paese europeo, tranne la Francia, può giocare: una tradizione di ricerca nucleare che non si è mai fermata – Enea, RSE – e un’autorità di regolamentazione indipendente già operativa, l’ISIN. Non serve esportare grandi centrali. Si può esportare qualcosa di più prezioso: know-how regolatorio, formazione, tecnologia dei piccoli reattori modulari – proprio quelli più adatti alle reti elettriche meno sviluppate dei nostri partner mediterranei e africani.
Pensateci: il Piano Mattei, oggi, parla di energia, agricoltura, sanità, formazione. Immaginate cosa significherebbe se parlasse anche di nucleare italiano, dentro un modello di co-sviluppo e non di dipendenza. Non si tratterebbe solo di vendere tecnologia. Si tratterebbe di esportare un’idea di Italia.
Il tempo della decisione
Il 4 giugno di quest’anno la Camera ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, con un consenso parlamentare trasversale che pochi avrebbero immaginato possibile solo pochi anni fa.
Ma attenzione: quella legge non autorizza ancora la costruzione di una sola centrale. Delega il governo a farlo attraverso decreti attuativi, che la legge fissa entro dodici mesi dall’entrata in vigore — anche se il ministro Pichetto ha già annunciato l’intenzione di presentarli entro Natale di quest’anno, con un anno di anticipo sui tempi massimi della delega. Quei decreti dovranno definire le tecnologie ammesse, i procedimenti autorizzativi, i criteri di localizzazione degli impianti, la gestione dei rifiuti radioattivi, le misure di compensazione per i territori che li ospiteranno, e la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.
Vale la pena ricordare come ci si è arrivati. Il disegno di legge è stato approvato dalla Camera con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti — un consenso ampio, che va ben oltre i confini della sola maggioranza di governo. Il Senato sta votando proprio in questi giorni l’approvazione definitiva – un iter che si chiude a tempo di record rispetto agli standard italiani, per poter varare i decreti attuativi entro la fine dell’anno.
I siti devono essere identificati entro il 2028. La cantierizzazione deve iniziare entro il 2030, per avere i primi impianti operativi tra il 2034 e il 2035. Ogni anno di ritardo su questa pianificazione oggi si traduce in un anno di ritardo sull’effetto nel 2040. Il tempo, in questo settore più che in altri, non è recuperabile.
E nell’Europa dell’energia, l’Italia fa scuola
Ed è qui che si torna a Strasburgo. Mercoledì, nel discorso sullo Stato dell’Unione, la von der Leyen ha sottolineato l’importanza della neutralità tecnologica, della competitività industriale e del nucleare dentro la strategia per la sovranità energetica dell’Unione. Ed è la conferma di quanto l’Italia sostiene da tempo: la questione energetica non è solo una questione ambientale, ma un fattore critico di sovranità e indipendenza.
La nuova strategia europea sugli SMR prevede fino a 53 gigawatt di nuova capacità nucleare entro il 2050 – non solo elettricità, ma calore industriale e idrogeno. E tra gli otto progetti di riferimento selezionati dall’Alleanza Industriale Europea sugli SMR, accanto a colossi come EDF e Rolls-Royce, c’è il consorzio italiano Eagles. Al centro c’è la European Industrial Alliance on SMRs, lanciata a inizio 2024 per riunire oltre 350 attori della filiera — aziende energetiche, centri di ricerca come l’italiana Enea e la belga Sck Cen, finanziatori, regolatori. Nel marzo di quest’anno, la Commissione ha adottato ufficialmente la nuova strategia europea sugli SMR dentro il programma Euratom Pinc, inserendo per la prima volta i piccoli reattori modulari nel panorama energetico strutturale dell’Unione: una capacità aggiuntiva stimata tra 17 e 53 gigawatt entro il 2050, non solo per l’elettricità ma per il calore industriale e la produzione di idrogeno.
L’Alleanza ha selezionato otto progetti di riferimento, i cosiddetti Project Working Groups: Nuward, il progetto ad acqua pressurizzata della francese Edf; Eagles, il consorzio italiano sui reattori refrigerati a piombo; newcleo European Lfr, sui reattori veloci di quarta generazione; Rolls-Royce Smr; Bwrx-300, sviluppato da Ge Hitachi insieme a Ogse; NuScale Voygr; Thorizon One; e CityHeat, pensato specificamente per il teleriscaldamento urbano. Nel luglio scorso è stata aperta una seconda call per integrare ulteriori tecnologie e progetti nel programma.
Non è solo un esercizio di catalogazione. L’Unione sta lavorando a un quadro di autorizzazione unico attraverso la rete dei regolatori europei, l’Enreg, proprio per evitare che ogni Stato membro debba certificare lo stesso modello di reattore con iter completamente diversi — un problema che, chi segue da vicino la filiera italiana, sa quanto rallenti anche i progetti più promettenti. E ha messo sul tavolo strumenti finanziari concreti: una finestra dedicata di de-risking dentro InvestEU, fino a 200 milioni di euro entro il 2028 per i primi impianti dimostrativi; l’avvio di un Ipcei – un Importante Progetto di Comune Interesse Europeo – sulle tecnologie nucleari innovative; la riqualificazione degli aiuti di Stato nel quadro del Clean Industrial Deal.
La roadmap che la Commissione si è data è precisa, e vale la pena conoscerla perché è la stessa cornice temporale dentro cui si muoverà anche il percorso italiano. Fino al 2026, la fase è quella della definizione dei requisiti di sicurezza comuni e dell’identificazione delle catene di fornitura europee, con le prime istruttorie di autorizzazione dei siti pilota in Paesi che si sono mossi prima di noi – Romania, Polonia, Svezia, Regno Unito. Tra il 2028 e il 2030 si passa alla costruzione dei primi reattori dimostrativi, sia di terza generazione avanzata ad acqua sia di quarta generazione a piombo o sali fusi, e al completamento delle autorizzazioni per i primi cantieri commerciali. Nei primi anni Trenta, l’obiettivo dichiarato è il collegamento alla rete dei primi Smr commerciali europei, con un primo utilizzo concentrato sulla sostituzione delle vecchie centrali a carbone dismesse e sulla fornitura di energia di base ai grandi distretti industriali che più faticano a decarbonizzarsi — acciaierie, chimica, produzione di idrogeno. Solo tra il 2040 e il 2050 si arriva alla piena standardizzazione industriale, con la costruzione modulare assemblata in serie fuori sito e un contributo stimato in decine di gigawatt di potenza installata.
È la prova che quello che l’Italia sostiene da anni – che il nucleare non è un’eresia ideologica ma uno strumento di sicurezza e di sovranità, che le tecnologie non si scelgono per fede ma per neutralità tecnologica – oggi non è più una posizione di minoranza in Europa. È diventata, con qualche anno di ritardo, la posizione di Bruxelles stessa.
Non si tratta di rivendicare primati. Ma quando l’Europa arriva a dire ciò che l’Italia sostiene da tempo, la domanda da porsi non è più “avevamo ragione?”. È “abbiamo fatto abbastanza in fretta?”
Il tempo del Coraggio
Tornare al nucleare non è solamente una questione energetica o ambientale. È soprattutto una scelta di potenza industriale — capace non solo di mettere in sicurezza il fabbisogno energetico del Paese, ma di trainare la ricrescita industriale e di alimentare quel diffuso ottimismo del fare, invertendo la rotta del decadente fatalismo del “non si può fare”. L’Italia non ha un problema di competenze, non ha un problema di filiera industriale, non ha un problema di risorse. Ha avuto, per decenni, un problema di volontà politica di trasformare quelle risorse in decisioni.
Il coraggio, in politica energetica, non è quello di annunciare obiettivi lontani nel tempo. Il vero coraggio è decidere oggi qualcosa i cui effetti arriveranno nel 2040, sapendo che chi decide non ne raccoglierà personalmente i frutti, ma li lascerà a chi verrà dopo. Questa generazione ha davanti a sé una finestra che altre non hanno avuto: la tecnologia è cambiata, i piccoli reattori modulari non sono i giganti di Fukushima o Chernobyl; il consenso politico è cambiato, come dimostra il voto della Camera; e la filiera industriale italiana, silenziosamente, non si è mai fermata.
Il tempo, in questo campo, non è solo una variabile tecnica. È la misura della sovranità di un Paese: di chi decide di costruirsela, e di chi si limita a subirla. La domanda che pongo, soprattutto alle nuove generazioni, è semplice: vogliamo continuare a importare la sicurezza energetica di altri Paesi, pagandola più cara? O vogliamo avere il coraggio di costruircela da soli — e di proporla, a nostra volta, a chi guarda a noi come modello? Il nucleare si sceglie adesso. Ed è una scelta di indipendenza.