Il volume di Ferrazzoli
“Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra)”: Giovannino Guareschi, un ritratto necessario oltre la caricatura
Con il saggio “Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra). Vita, opere e libertà di Giovannino Guareschi”, edito da Rai Libri, Marco Ferrazzoli firma un’opera critica e biografica fondamentale per riscoprire il volto autentico di Giovannino Guareschi, restituendogli la piena dignità di intellettuale di primo piano del Novecento. Uscito in contemporanea con il biopic Rai “Non muoio neanche se mi ammazzano” — di cui l’autore è consulente storico e co-sceneggiatore — il volume approfondisce i complessi nodi umani, storici e letterari che hanno reso Guareschi uno degli autori italiani più letti e tradotti al mondo, pur rimanendo a lungo incompreso e sottovalutato dalla critica ufficiale.
Documentazione vasta e testimonianze dirette
Ferrazzoli attinge a una vastissima documentazione e all’Archivio fondato dai figli Alberto e Carlotta Guareschi, delineando il profilo di un uomo che ha avuto la coscienza e la coerenza morale quali uniche guide. Il cuore ideale della biografia risiede nell’esperienza della prigionia nazista di Guareschi. Arrestato il 9 settembre 1943 ad Alessandria dopo aver rifiutato di collaborare con i tedeschi e con la Repubblica Sociale Italiana, il regista sceglie la deportazione. Insieme ad altri 650.000 soldati italiani dimenticati, affronta venti mesi di stenti in cinque campi di concentramento tra Germania e Polonia.
Come evidenzia l’autore, il lager rappresenta per lo scrittore la vera “dura scuola” e l’enzima catalizzatore della sua maturazione morale, civile e letteraria. Nei campi, Guareschi diventa un punto di riferimento per i compagni: organizza giornali parlati, conferenze e spettacoli teatrali.
È in questo contesto che nasce il suo motto indimenticabile: “Non muoio neanche se mi ammazzano”, simbolo di una resistenza etica priva di compromessi.
Il rientro in Italia e le elezioni del 1948
Rientrato in Italia, Guareschi fonda su richiesta di Angelo Rizzoli il settimanale satirico Candido, diventando uno dei principali artefici della vittoria anticomunista nelle elezioni del 18 aprile 1948. Attraverso vignette iconiche, come la celebre «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no», e la caricatura del militante “trinariciuto” obbediente alle direttive di partito, lo scrittore sferza il conformismo ideologico dell’epoca. La terza narice serviva a far fuoriuscire la materia grigia per sostituirla con le indicazioni dell’Unità, al motto di “Obbedienza cieca pronta assoluta”.
Il processo dopo la querela di De Gasperi e la solidarietà de Il Secolo d’Italia
Tuttavia, l’intransigenza di Guareschi non risparmia neppure la Democrazia Cristiana e la nascente “partitocrazia”. Nel 1954 affronta il traumatico processo per la pubblicazione su Candido di due lettere attribuite Alcide De Gasperi in cui si chiede il bombardamento di Roma per far insorgere la popolazione. Il leader lo querela e il giornalista viene condannato in un processo lampo di soli tre giorni in cui alla difesa sono negati perizie d’ufficio e testimonianze: Guareschi sceglie di non presentare ricorso in appello né di chiedere la grazia per non piegare la propria dignità, scontando 405 giorni di carcere effettivo. Tra i pochissimi a esprimergli solidarietà, Il Secolo d’Italia, che organizza un’imponente campagna di cartoline e annulli postali in suo favore, tale da mettere in crisi il servizio postale.
Peppone e Don Camillo
Il saggio analizza poi la genesi del Mondo piccolo e dei suoi immortali protagonisti, Don Camillo e Peppone. Applicando la lezione verdiana dell’“invenzione del vero”, Guareschi costruisce una narrazione universale, ancorché profondamente radicata nella Bassa parmense. Ferrazzoli mette in luce la fondamentale distinzione guareschiana tra l’ideologia comunista (da combattere con fermezza) e il singolo individuo (da salvare attraverso la coscienza e la misericordia).
Nell’ultima fase della sua vita, lo sguardo di Guareschi si fa più apocalittico e quasi profetico. Con lo slogan “Liberaci dal benessere”, denuncia l’alienazione del consumismo, l’inquinamento, la tecnocrazia imperante e la perdita dei valori spirituali tradizionali, giungendo al memorabile confronto cinematografico del 1963 con Pier Paolo Pasolini nel film “La Rabbia”. Ho imparato a dire no non è un semplice racconto biografico, ma una riflessione profonda sulla libertà di pensiero e sulla forza del rifiuto di fronte a ogni forma di conformismo e potere autoritario. Un volume “bello e istruttivo” che rende finalmente giustizia a un gigante del nostro Novecento.