Il giallo di Pietracatella
La ricina messa nei piatti per uccidere: fu duplice omicidio. La Procura vicina alla verità: chi accuserà
Giallo di Pietracatella, si va verso una svolta nella vicenda delle due donne morte avvelenate in provincia di Campobasso. Le perizie, effettuate dagli esperti del Koch Institute di Berlino, sottolineano fonti qualificate, avrebbero confermato la presenza di tracce di ricina che farebbero propendere per l’ipotesi di un duplice omicidio.
La vicenda della ricina di Pietracatella
La cinquantenne Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita di 15 anni morirono a poche ore di distanza tra la sera del 27 e la mattina del 28 dicembre dell’anno scorso nel piccolo comune molisano in provincia di Campobasso. Inizialmente attribuito a una fatale intossicazione alimentare, il decesso delle due donne ha preso una piega nettamente diversa a seguito delle analisi tossicologiche, svolte dal Centro Antiveleni di Pavia. I test hanno infatti confermato la presenza nei loro tessuti della ricina, una tossina vegetale tra le più letali al mondo. La Procura di Larino ha quindi aperto un’indagine per duplice omicidio volontario. Gli investigatori hanno ascoltato centinaia di persone, concentrando gli accertamenti e le analisi informatiche sui familiari e sulle cerchie di conoscenze strette per individuare il movente e il veicolo della sostanza. Nonostante le perizie e i sopralluoghi del Ris, il mistero su chi abbia somministrato il veleno resta ancora aperto.
Nessun incidente, per gli investigatori
L’ipotesi di un’ingestione accidentale di semi di ricino non troverebbe riscontro negli elementi raccolti finora nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita. La posizione degli inquirenti emerge dopo le dichiarazioni di Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia che per primo individuò la ricina nei campioni biologici delle vittime. Intervenendo anche ieri in televisione, Locatelli ha ribadito di non poter stabilire come il veleno sia entrato negli organismi di Antonella e Sara e di ritenere che, fino a prova contraria, non possa essere esclusa un’intossicazione accidentale.
Procura e investigatori continuano a lavorare sull’ipotesi dell’omicidio sulla base di una pluralità di elementi acquisiti nel corso dell’inchiesta. Sono circa 200 le persone ascoltate finora e nelle ultime settimane diverse testimonianze sono state nuovamente approfondite, con particolare attenzione alla ricostruzione dei rapporti personali e familiari.
Chi sono i sospettati, non indagati
Per il duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, il fascicolo della Procura di Larino risulta ancora contro ignoti. Le persone attorno alle quali, secondo le ricostruzioni giornalistiche, si è maggiormente concentrato il lavoro degli investigatori sono:
- Gianni Di Vita (nella foto), marito di Antonella e padre di Sara. È stato ascoltato ripetutamente e gli investigatori stanno approfondendo i suoi rapporti personali. Gli esami hanno però escluso che lui e la figlia maggiore Alice siano entrati in contatto con la ricina. Non risulta indagato per il duplice omicidio.
- Un’insegnante di matematica, amica della famiglia, indicata dalle cronache come legata da un rapporto personale con Di Vita. È stata nuovamente sentita per circa quattro ore il 14 settembre, ma come persona informata sui fatti, non come indagata. Era già stata messa a confronto con Di Vita il 20 agosto.
- Il marito dell’insegnante, tecnico di laboratorio nello stesso istituto agrario. È stato ascoltato e potrebbe essere nuovamente convocato. Repubblica lo colloca tra le figure sulle quali si sono concentrati gli approfondimenti investigativi.
- Alice Di Vita, figlia maggiore della coppia e sorella di Sara, sopravvissuta. È stata più volte ascoltata dagli investigatori; anche per lei gli accertamenti tedeschi hanno escluso l’esposizione alla ricina. Non risulta indagata per il duplice omicidio.
- Un’amica di Antonella e altre persone della cerchia familiare sono state ascoltate perché potrebbero contribuire a ricostruire i rapporti interni alla famiglia e l’eventuale movente. Repubblica riferisce che gli approfondimenti si sono concentrati complessivamente su sei figure, senza che questo equivalga allo status di sospettato o indagato.
C’è poi il parroco, ascoltato dagli investigatori, ma le fonti lo descrivono essenzialmente come possibile depositario di informazioni utili, non come sospettato. Tutti, al momento, sono solo persone informare dei fatti.