La tragedia
La figlia di Lea Garofalo muore suicida a 35 anni: aveva sfidato il padre e la ’ndrangheta
La donna si è gettata da una finestra ad Ariccia ed è morta dopo quattro giorni in ospedale. La Procura di Velletri indaga e ha sequestrato il suo cellulare. Al processo per l’omicidio della madre aveva scelto la verità e la legalità contro il proprio sangue
Denise Cosco è morta a 35 anni, la stessa età che aveva sua madre Lea Garofalo quando la ’ndrangheta decise di cancellarla. Domenica 6 settembre si è gettata da una finestra ad Ariccia, alle porte di Roma. Ricoverata al San Camillo, è morta quattro giorni dopo. Lascia il compagno e un bambino di quasi quattro anni. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Il pubblico ministero Domenico Vicario ha disposto l’autopsia e il sequestro del cellulare: gli investigatori vogliono verificare se Denise avesse ricevuto minacce o messaggi capaci di fare luce sulle ore precedenti al gesto. Al momento non risultano elementi che consentano di attribuirgli una causa precisa.
Denise non era soltanto la figlia di una vittima di mafia. Era la ragazza che, a 19 anni, aveva trovato la forza di accusare suo padre Carlo Cosco, mandante dell’omicidio di Lea, costituendosi parte civile contro di lui. Un atto che rovesciava la regola fondamentale delle famiglie mafiose: prima il sangue, poi tutto il resto. Denise scelse invece la verità.
La deposizione contro il padre
Nel 2011 comparve davanti alla Corte d’Assise con il volto protetto da un paravento. Raccontò gli ultimi giorni della madre e spiegò perché, dopo la sua scomparsa, fosse rimasta accanto al padre e agli uomini che sospettava l’avessero uccisa. «Non avevo scelta, non volevo fare la stessa fine di mia madre. Avevo capito, ma a mio padre non l’ho fatto capire. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre».
Poi rivendicò, come ricostruisce Il Messaggero, la propria decisione senza cercare attenuanti: «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia, perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».
Dopo il processo visse sotto tutela, con un’altra identità e in una località riservata. Il programma di protezione terminò nel 2018. Si trasferì ad Ariccia, costruì una famiglia e trovò lavoro in un ministero. Era una vita conquistata pezzo per pezzo, lontana dai riflettori ma non dal peso di ciò che aveva attraversato.
L’omicidio di Lea Garofalo
Lea aveva spezzato il legame con Carlo Cosco dopo il suo arresto e nel 2002 aveva cominciato a raccontare agli investigatori le faide e gli affari criminali dell’ambiente nel quale era cresciuta. Il 24 novembre 2009 l’ex compagno la attirò a Milano con la promessa di discutere del futuro di Denise.
Una telecamera riprese madre e figlia all’Arco della Pace. Cosco riuscì a separarle. Lea e Denise si diedero appuntamento alle 23 alla stazione Centrale, dove avrebbero dovuto prendere il treno. Lea non arrivò mai. Fu rapita, torturata, strangolata e il suo corpo venne bruciato in Brianza. I resti furono ritrovati soltanto nel 2012. Carlo Cosco e altri componenti del gruppo criminale furono condannati in via definitiva.
Ai funerali della madre, che Denise non poté seguire personalmente per ragioni di sicurezza, la sua voce risuonò attraverso un altoparlante: «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza».
Don Luigi Ciotti la ricorda oggi come «una giovane donna coraggiosa e sofferente». Il presidente di Libera invita a non trasformarne la morte in una celebrazione retorica: «Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola». Resta però una domanda che riguarda le istituzioni e l’intero Paese: che cosa accade a chi, dopo avere servito la giustizia e sconfitto l’omertà, deve imparare da solo a vivere con tutto ciò che la mafia gli ha portato via?