Un altro modo di stare online
Il ritorno di MySpace nell’era dello scrolling infinito è più di un’operazione nostalgia: riguarda tempo e libertà
Il social simbolo degli anni Duemila potrebbe tornare nelle nostre vite: un documentario anticipa le intenzioni dei nuovi proprietari e aiuta a capire cosa c'è dietro
Il problema di Internet oggi non è più trovare qualcosa da leggere, guardare o ascoltare. È riuscire a smettere. Lo scrolling non ha una vera fine e anche quando non stiamo cercando nulla, c’è sempre qualcosa che ci viene proposto. È il sovraccarico informativo diventato parte della quotidianità. È in questa stanchezza digitale che torna a essere interessante MySpace, il social network che ha segnato gli anni Duemila.
Il ritorno di MySpace
Il suo possibile ritorno non racconta soltanto la nostalgia per una piattaforma del passato, ma anche il desiderio di un modo diverso di stare online. Dopo anni di feed infiniti, notifiche e algoritmi che decidono cosa mostrarci, l’idea di un social più lento può sembrare quasi una novità. E oggi questa possibilità non è soltanto un’idea nostalgica. Nel documentario Myspace di Tommy Avallone, gli attuali proprietari della piattaforma, i fratelli Tim e Chris Vanderhook, hanno rivelato di voler tentare nuovamente il rilancio del social network.
I due avevano acquisito MySpace nel 2011 attraverso Specific Media, insieme a Justin Timberlake, dando vita a un primo progetto di rilancio che puntava a trasformare la piattaforma soprattutto in uno spazio dedicato alla musica e agli artisti. Quel tentativo, però, non riuscì a riportare MySpace ai livelli di popolarità raggiunti negli anni Duemila. A distanza di anni, i Vanderhook sembrano intenzionati a provarci ancora.
Un diverso modo di vivere Internet
Nel documentario parlano della possibilità di riportare MySpace sulla scena, ma senza presentare ancora una nuova piattaforma già pronta o una data precisa per il lancio. Si tratta quindi, almeno per ora, di un progetto ancora da definire. Ed è proprio questo a rendere interessante la notizia: MySpace potrebbe tornare in un momento molto diverso da quello in cui era nato, quando il problema non era avere troppi contenuti, ma trovare persone, musica e cose interessanti da scoprire. Il possibile ritorno arriva quindi in un’epoca in cui il modo di vivere Internet è profondamente cambiato.
La personalizzazione dei profili, la musica, la possibilità di scegliere cosa mostrare agli altri e un’esperienza meno dominata dal feed algoritmico appartengono a un modello di socialità che oggi può apparire quasi controcorrente. Resta da capire se un nuovo MySpace riuscirà davvero a trasformare questa nostalgia in qualcosa di nuovo, o se rimarrà soprattutto il ricordo di un’epoca diversa del web.
Quando la rete aveva un suo tempo
La differenza principale tra l’uso di Internet degli anni Duemila e quello di oggi è forse proprio il rapporto con il tempo. Allora il computer veniva acceso per controllare la posta elettronica, entrare in chat, visitare un forum o aggiornare il proprio profilo e, a un certo punto, veniva spento. Esisteva una separazione abbastanza netta tra il tempo trascorso online e quello trascorso nel mondo fisico. Oggi, con gli smartphone, quella separazione è quasi scomparsa. È anche per questo che gli anni Duemila vengono ricordati con una certa nostalgia. Non soltanto per i telefoni con i tasti, i CD, i lettori MP3, le fotocamere digitali o le prime console portatili, ma per il ritmo che quegli oggetti imponevano.
C’erano tempi morti, attese e momenti che rimanevano semplicemente privati. La nostalgia, quindi, non riguarda soltanto la tecnologia del passato, ma una diversa esperienza della quotidianità. Non tutto doveva essere fotografato, condiviso, commentato o trasformato in contenuto. Oggi, al contrario, una parte crescente delle nostre esperienze viene seguita dall’aspettativa di essere raccontata online.
Uno spazio da costruire
MySpace rappresentava bene questa fase di transizione. Il suo elemento più caratteristico era la possibilità di trasformare il profilo in uno spazio fortemente personale attraverso fotografie, musica, grafiche, colori, testi e interessi. Non era semplicemente una pagina standardizzata nella quale inserire alcune informazioni, ma qualcosa che poteva essere costruito e modificato in base ai propri gusti.
Anche l’imperfezione faceva parte dell’esperienza: i profili potevano essere colorati, disordinati, pieni di elementi diversi e spesso lontani dall’estetica uniforme che caratterizza molte piattaforme contemporanee. Quella personalizzazione raccontava anche un modo diverso di intendere l’identità online.
Era un Internet molto lontano dall’idea di una vetrina pubblica permanentemente esposta agli altri. Nel frattempo, il social web ha cambiato direzione, dai profili personali siamo passati progressivamente ai feed, dai luoghi digitali da visitare ai flussi di contenuti da consumare. Oggi, infatti, non entriamo in una piattaforma per cercare necessariamente una persona o visitare uno spazio specifico ma apriamo un’applicazione e lasciamo che sia l’algoritmo a decidere cosa mostrarci. Il contenuto successivo è sempre pronto, così come quello dopo ancora. È questa continuità a rendere lo scrolling infinito una delle caratteristiche più rappresentative del web contemporaneo.
Dal socializzare al non perdersi nulla
È proprio su questa differenza che riflette Chris DeWolfe, co-fondatore di MySpace insieme a Tom Anderson, nel documentario di Tommy Avallone dedicato alla storia della piattaforma. DeWolfe si sofferma soprattutto sul ruolo degli algoritmi nei social contemporanei e sul modo in cui influenzano il tempo che gli utenti trascorrono online.
Secondo la sua lettura, gli algoritmi rendono le piattaforme sempre più coinvolgenti perché selezionano e propongono continuamente contenuti sulla base degli interessi dell’utente, creando un flusso che può spingere a rimanere online più a lungo. È un meccanismo molto diverso, secondo DeWolfe, da quello di MySpace: anche allora le persone potevano trascorrere ore sulla piattaforma, ma lo facevano soprattutto per ascoltare musica, scoprire nuovi artisti, visitare i profili degli amici e socializzare.
Anche Aber Whitcomb, uno dei primi protagonisti di MySpace, riflette nel documentario sulla differenza tra quel modello e quello dei social contemporanei. La sua prospettiva è legata soprattutto al modo in cui veniva utilizzata la tecnologia: secondo Whitcomb, il team di MySpace non aveva progettato deliberatamente la piattaforma con l’obiettivo di creare dipendenza. I dati sull’utilizzo degli utenti venivano osservati soprattutto per capire come migliorare il prodotto e renderlo più interessante.
È proprio qui che entra in gioco anche il Fomo, il fear of missing out, cioè la paura di perdersi qualcosa. DeWolfe osserva come i social contemporanei possano alimentare questo meccanismo attraverso un flusso continuo di nuovi contenuti. Le riflessioni dei due aiutano così a leggere MySpace non soltanto come un oggetto nostalgico, ma come il simbolo di una fase diversa della storia di Internet.
Il sovraccarico informativo come nuova normalità
Il risultato è una quantità di stimoli senza precedenti. Siamo in grado di accedere a più informazioni in pochi minuti di quante ne avremmo potute incontrare in molto più tempo soltanto vent’anni fa, ma questa disponibilità non significa avere una maggiore consapevolezza. Al contrario, l’eccesso può produrre una sensazione di stanchezza e dispersione. Leggiamo molte cose senza approfondirne davvero nessuna, passiamo rapidamente da un argomento all’altro e abbiamo spesso la sensazione di dover rimanere aggiornati su tutto, anche quando non ne abbiamo realmente bisogno.
Il problema è che questo flusso non si interrompe naturalmente. Un giornale ha una fine, un programma televisivo termina, un libro arriva all’ultima pagina, il feed invece continua potenzialmente all’infinito. La tecnologia ha eliminato molti dei tempi di attesa che caratterizzavano la vita quotidiana, ma nel farlo ha anche reso più difficile trovare momenti di autentica inattività.
La lentezza come strumento di libertà
È proprio qui che l’idea di un social lento acquista significato. La lentezza non deve per forza essere interpretata come un rifiuto della tecnologia o come il desiderio di tornare a un passato completamente analogico. Può significare, più semplicemente, recuperare un rapporto meno invasivo con gli strumenti digitali, poter scegliere quando entrare online, decidere cosa vedere e poter costruire uno spazio personale senza trasformarlo necessariamente in una performance pubblica.