(Dis)Union Jack
Il Regno Unito scricchiola davvero? Cosa aspettarsi dalla sfida di Irlanda del Nord, Scozia e Galles a Londra
Cosa ha significato il vertice di Cardiff? E come reagirà Londra? Per la risposta serve ricordarsi del ruolo della Corona, della storia recente e del Gattopardo
La Gran Bretagna sta per dissolversi. Ancora una volta. O forse no. Almeno a leggere certi titoli, Westminster scricchiola, il Regno è sempre meno Unito, la Scozia prepara le valigie, il Galles scopre improvvisamente la vocazione separatista e Belfast sarebbe già con un piede fuori dalla porta. È una rappresentazione suggestiva, perfetta per qualche titolo ad effetto. Peccato che la vecchia “perfida Albione” abbia una certa esperienza nel sopravvivere ai propri funerali.
Il Regno Unito e il ruolo della Corona
La monarchia britannica, soprattutto, non appare alla vigilia di un collasso. Ha attraversato la morte di Elisabetta II, il passaggio a Carlo III, scandali familiari, trasformazioni sociali che avrebbero fatto tremare istituzioni assai meno antiche. Eppure, resta lì. Cambia linguaggio, immagine e perfino liturgia quando necessario, ma conserva una funzione simbolica che difficilmente può essere compresa con le categorie italiane. La Corona, nel Regno Unito, non è semplicemente l’equivalente decorativo di una Presidenza della Repubblica con qualche carrozza in più. È una delle forme attraverso le quali la società britannica continua a rappresentare la propria continuità storica e a riconoscersi in essa.
La questione irlandese e la provocazione di Trump
Ed è proprio qui che comincia il problema. Perché sotto la Corona convivono nazioni che della propria storia possiedono memorie molto diverse. Tra tutte, quella irlandese rimane la ferita più profonda. Consapevole di ciò, Donald Trump, durante la visita a Dublino del 12 settembre, ha rotto una cautela che Washington aveva tradizionalmente osservato sul risultato finale della questione nordirlandese: ha detto che gli piacerebbe vedere un’Irlanda unita, che sarebbe una cosa «fantastica» e che, a suo giudizio, prima o poi accadrà.
Ha contemporaneamente riconosciuto che Londra avrebbe parecchio da dire sulla questione. Come al solito, ha mischiato le carte sul tavolo con una comunicazione spregiudicata e provocatoria, nulla più. Trump fa Trump, naturalmente. Dove la diplomazia utilizza dieci ampollose subordinate, lui preferisce dieci parole, quando non cinque.
Il vertice di Cardiff
La reazione unionista è stata immediata: il destino dell’Irlanda del Nord appartiene agli abitanti dell’Irlanda del Nord, non al Potus. Ed è difficile contestare questo punto sul piano teorico. Ma pochi giorni dopo è arrivato il vertice di Cardiff.
John Swinney per lo Scottish National Party, Rhun ap Iorwerth per Plaid Cymru, Michelle O’Neill per Sinn Féin, insieme a Mary Lou McDonald, hanno trasformato le questioni nazionali scozzese, gallese e irlandese, in un linguaggio politico comune: autodeterminazione, maggiore autonomia da Westminster, rapporti più stretti con l’Europa. Il memorandum afferma che il futuro delle rispettive nazioni appartiene all’Unione europea e chiede a Londra di facilitare, anziché impedire, eventuali mutamenti costituzionali.
La coincidenza storica è interessante. Per la prima volta Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno contemporaneamente Primi ministri appartenenti a forze che, con obiettivi e tempi differenti, contestano l’attuale configurazione del Regno. Ma da qui a immaginare l’Union Jack già ammainata a Belfast, Cardiff ed Edimburgo ce ne passa.
Nessun segno di una rivoluzione imminente
La Scozia ha già votato nel 2014 e scelse di restare nel Regno Unito. Il Galles è ancora più lontano da un processo concreto di separazione. L’Irlanda del Nord, invece, possiede una procedura costituzionale specifica derivante da precedenti accordi di pace. Persino all’interno dell’Assemblea nordirlandese la fotografia rimane estremamente equilibrata: nel maggio scorso una mozione che indicava in una «nuova Irlanda» la strada per esercitare il controllo democratico sul futuro fu respinta per un solo voto, 34 contro 33. Altro che rivoluzione imminente.
Non si scorgono all’orizzonte i fumi di una nuova insurrezione e nessuno scenario serio, per quanto romantico, suggerisce un ritorno ai trent’anni di sangue dei “Troubles”. Allo stesso tempo sarebbe difficile scorgere un definitivo rametto d’ulivo. La pace ha risolto il metodo del conflitto, non necessariamente il suo oggetto.
La capacità di adattamento di Londra
L’aspetto più interessante del nuovo fronte di Cardiff resta non tanto la possibilità che domani mattina il Regno Unito cessi di esistere, quanto il fatto che Londra sia nuovamente costretta a discutere le condizioni della propria unità. Per secoli l’Impero britannico ha amministrato – con successo ma anche con forza bruta e capacità repressiva da non sottovalutare nemmeno oggi – popoli a migliaia di chilometri da Londra. Oggi Westminster deve periodicamente convincere della bontà dell’Unione nazioni che si trovano a pochi chilometri da Buckingham Palace. È uno dei piccoli scherzi che la storia riserva agli (ex) imperi.
Risulta pertanto prematuro celebrare il requiem del Regno Unito. La sua forza storica è stata spesso precisamente quella di modificarsi abbastanza da non spezzarsi: Londra concede parlamenti, governi e competenze; le identità nazionali ottengono riconoscimento istituzionale; Westminster conserva la sovranità costituzionale ultima. Non è detto che questo equilibrio possa durare per sempre, ma finora ha dimostrato una notevole capacità di adattamento.
Un’attitudine gattopardesca
E qui si affaccia lo scenario forse più britannico di tutti, uno scenario gattopardesco: tutto cambia affinché nulla cambi.
Più “devolution”, nuove competenze, maggiori concessioni, un rapporto diverso con Belfast, Cardiff ed Edimburgo. Magari un’Irlanda del Nord più libera e sempre più integrata economicamente con il resto dell’isola ma contemporaneamente ancora costituzionalmente britannica.
Questo non significa che l’unità irlandese sia destinata a rimanere eternamente un sogno. Significa esattamente il contrario: ormai è una delle possibilità costituzionali intorno alle quali si organizza legittimamente il confronto politico e la sua agenda. Si credeva che la Ue fosse inscalfibilmente millenaria: il Regno stesso dimostrò il contrario.
La forza dei confini invisibili
Per una lettura identitaria della politica europea, l’Irlanda rappresenta un caso quasi perfetto: dimostra che benessere, integrazione economica e modernizzazione non cancellano automaticamente le appartenenze storiche. Un confine può diventare invisibile e continuare a esistere nella memoria, nel sangue e nel suolo. Una guerra può finire senza che scompaia la domanda che l’aveva innescata. Un popolo può vivere pacificamente dentro un ordinamento e continuare a interrogarsi su quale debba essere il proprio.
Il paradosso è che qualcosa di simile vale anche per gli inglesi. Sarebbe superficiale contrapporre un nazionalismo irlandese autentico a un’identità britannica artificiale. Anche l’Unionismo possiede storia, simboli, memoria e comunità che si sentono profondamente britanniche. Due nazionalismi, si sa, prima o poi arrivano allo scontro: pagano l’assenza della visione imperiale della romanitas. E la Corona, intanto, resta al suo posto.
La vecchia, “perfida Albione” non sta necessariamente scricchiolando. Sta facendo qualcosa che nella sua storia le è riuscito spesso molto bene: trattare, resistere, concedere, rinviare, trasformarsi quel tanto che basta per continuare a essere riconoscibile. Ma l’Irlanda è ancora lì, dall’altra parte di un confine che quasi non si vede. Ed è proprio la storia britannica a insegnare che i confini invisibili, qualche volta, sono quelli politicamente più difficili da cancellare.