Rubinetti sotto scacco
Il Mar Rosso è nelle mani degli Houthi: l’Iran stringe la presa sul petrolio occidentale
Dopo la conquista della città portuale e dell’isola di Perim, i ribelli sostenuti da Teheran stringono Bab el-Mandeb. Colpito anche l’oleodotto East-West
Esteri - di Alice Carrazza - 12 Settembre 2026 alle 13:18
Gli Houthi avanzano lungo la costa occidentale dello Yemen, conquistano Mocha e l’isola di Perim e aprono di fatto un secondo fronte nella guerra dell’Iran contro gli Stati Uniti e i loro alleati. L’Arabia Saudita reagisce bombardando l’aeroporto e la città portuale, ma non riesce a fermare l’offensiva. Intanto il petrolio resta sopra i cento dollari al barile, mentre due delle principali arterie energetiche mondiali – Hormuz e Bab el-Mandeb – finiscono contemporaneamente sotto la pressione dell’asse guidato da Teheran.
La presa di Perim, piccola isola situata nel punto più stretto della “Porta delle lacrime” — varco d’ingresso del Canale di Suez —, non consegna automaticamente agli Houthi il controllo della navigazione. Da quasi tre anni, infatti, le navi che attraversano quel tratto sono già esposte ai missili e ai droni lanciati dalla terraferma. A cambiare gli equilibri è soprattutto il modo in cui l’isola è caduta: le forze governative yemenite si sarebbero ritirate senza combattere, lasciando ai ribelli un avamposto prezioso per osservare il traffico, raccogliere informazioni e coordinare le operazioni.
Salta lo status quo yemenita
La conquista di Perim arriva appena un giorno dopo quella di Mocha. In poche ore gli Houthi hanno spezzato lo status quo che lungo la costa resisteva sostanzialmente dal 2022, mettendo a nudo la fragilità delle forze yemenite sostenute da Riad. Stando alle fonti citate da Reuters, l’offensiva sarebbe stata condotta con il sostegno diretto dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. La repubblica degli ayatollah tuttavia nega di impartire ordini al movimento, definendolo un alleato e non una propria forza per procura.
Il portavoce militare Houthi, Yahya Saree, assicura che la navigazione resterebbe sicura per tutte le imbarcazioni, salvo quelle saudite. Una rassicurazione piuttosto relativa per armatori ed equipaggi: è sufficiente la capacità di scegliere chi possa passare per trasformare uno stretto internazionale in uno strumento di ricatto.
Per l’Iran il risultato strategico è evidente. Con Hormuz quasi paralizzato e Bab el-Mandeb nuovamente sotto minaccia, Teheran può esercitare pressione sui due “rubinetti” della Penisola Arabica. Quando il primo viene chiuso, il petrolio è deviato verso il secondo. Ma ora anche la via alternativa è diventata vulnerabile.
Colpita la via di fuga del petrolio saudita
A completare la tenaglia è arrivato l’attacco contro l’oleodotto East-West, l’infrastruttura lunga 1.200 chilometri che trasporta il greggio saudita fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, aggirando Hormuz. Riad ne ha disposto la chiusura precauzionale dopo un attacco con droni che, secondo le autorità saudite e irachene, sarebbe partito dall’Iraq. L’infrastruttura trasportava tra quattro e cinque milioni di barili al giorno, pari al 4-5% dell’offerta mondiale.
L’Arabia Saudita si trova così a combattere su una costa che pensava di poter utilizzare come scudo di sicurezza. I raid contro Mocha non hanno arrestato l’avanzata e le partnership costruite negli ultimi anni – dalla coalizione navale del Mar Rosso al Patto della Mecca con Turchia e Pakistan – per ora sono rimaste sulla carta.
MbS chiama Trump, Washington frena
Il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato almeno due volte a Donald Trump giovedì per sollecitare attacchi statunitensi contro gli Houthi. Il presidente americano ha rifiutato: Washington offrirà intelligence e dati per individuare gli obiettivi, ma non intende aprire un altro fronte mentre uomini e mezzi sono concentrati sull’Iran e su Hormuz. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CentCom — Comando centrale Usa —, è comunque volato in Arabia Saudita per riunioni urgenti di coordinamento.
«Gli Stati Uniti sono concentrati sulla protezione dei propri interessi fondamentali di sicurezza nazionale, come garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso», ha spiegato un alto funzionario dell’amministrazione sempre agli inviati di Reuters, invitando però i partner regionali ad assumere la guida della risposta.
È il limite della strategia americana di disimpegno selettivo: delegare funziona finché gli alleati riescono a reggere il terreno. Riad, invece, rischia di trovarsi sola davanti a un nemico che ha imparato a trasformare missili economici, droni e piccole conquiste territoriali in una minaccia globale. Perim vale poco sulla carta geografica. Ma il punto esatto in cui passa l’energia del mondo, può valere moltissimo.