Botta e risposta diplomatico
Haaretz accusa, Netanyahu querela: “Nessun allarme prima del 7 ottobre”. Ma gli Emirati non smentiscono
Il premier israeliano annuncia una causa per diffamazione e smentisce di aver ricevuto dagli Emirati un avvertimento sull’attacco di Hamas di quasi tre anni fa
Benjamin Netanyahu nega, minaccia querele e mette sul tavolo persino i registri degli ingressi nel suo ufficio. Ma da Abu Dhabi non arriva la smentita che forse il premier israeliano avrebbe voluto. Anzi. Mentre Bibi definisce «una calunnia infame» la ricostruzione di Haaretz secondo cui Mohammed bin Zayed lo avrebbe avvertito dei piani di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre 2023, gli Emirati scelgono una risposta molto più sottile: non confermano ufficialmente la telefonata, ma neppure la negano e ricordano che tra i due governi «tutte le informazioni di intelligence rilevanti» vengono condivise. Una fonte emiratina a conoscenza della vicenda, poi, ha confermato al Times of Israel che quell’avvertimento ci sarebbe stato. Due versioni ormai frontalmente incompatibili. La domanda, a quasi tre anni dal massacro, torna così a far discutere: chi sapeva cosa prima della strage e chi avrebbe potuto fermarla.
“Gli Emirati lo avevano avvertito”
La ricostruzione è contenuta nel libro Kidnapped: 843 Days of Abandonment, firmato da Shlomi Eldar e Ruth Yuval, ed è stata rilanciata da Haaretz. Secondo gli autori, circa dieci giorni prima dell’attacco di Hamas, Mohammed bin Zayed avrebbe avuto una lunga conversazione con Netanyahu, mettendolo in guardia sui piani di Yahya Sinwar e sulla possibilità di un’operazione capace di provocare un massacro e destabilizzare la regione.
Un’accusa politicamente devastante, perché insinuerebbe che il premier israeliano fosse stato avvertito in anticipo senza che quell’allarme producesse conseguenze operative. Netanyahu respinge tutto alla radice. «Non ci fu alcuna telefonata» tra lui e il presidente emiratino nel periodo compreso tra la fine di settembre e il 7 ottobre 2023, sostiene il suo ufficio. E stavolta la smentita viene accompagnata dai registri.
Netanyahu: “Controllati registri”
L’ufficio del primo ministro, il Consiglio di sicurezza nazionale e la Segreteria militare avrebbero riesaminato il diario delle conversazioni di quei giorni senza trovare alcuna traccia del contatto raccontato da Eldar. Ma il primo ministro dello Stato ebraico va oltre.
Le conversazioni diplomatiche con il presidente degli Emirati, spiega il suo ufficio, avverrebbero esclusivamente attraverso una procedura protetta: un rappresentante emiratino si reca fisicamente nell’ufficio del premier con uno speciale dispositivo crittografato. E quelle visite, sottolinea ancora Netanyahu, vengono registrate. Da qui il secondo controllo: non solo il diario delle telefonate, ma anche la documentazione degli accessi all’ufficio del primo ministro. Non risultano, secondo la versione di Bibi, tracce. «Non c’è alcuna possibilità di entrare nell’ufficio del primo ministro senza una documentazione o una registrazione effettuata dalle forze di sicurezza», è la conclusione della sua difesa.
Eldar insiste, Bibi risponde con gli avvocati
Shlomi Eldar, però, non arretra. Intervistato da Channel 12, ha confermato la propria ricostruzione e ha ribadito che la conversazione sarebbe avvenuta esattamente nei termini raccontati nel libro. Ed è qui che lo scontro cambia livello. Non più soltanto una battaglia tra una testata apertamente critica nei confronti del governo e il premier israeliano. Netanyahu vuole trascinare il caso in tribunale e costringere chi ha formulato l’accusa a sostenerla davanti a un giudice.
Il tempismo, poi, pesa. Israele è nel pieno di una nuova stagione elettorale e il 7 ottobre continua a rappresentare la linea di faglia intorno alla quale si combatte una parte decisiva della battaglia politica. Per questo Bibi parla apertamente di «campagna della sinistra». E per questo considera l’articolo della testata non un semplice attacco giornalistico, ma un’accusa costruita per colpirlo sul punto più vulnerabile.