I tic della sinistra
Elettori poveri e ignoranti: la “sindrome Bonaccini” colpisce anche le analisi del voto in Sassonia
Di fronte a esiti delle urne che non le piacciono, la sinistra continua a rifugiarsi nello snobismo e nello stigma sugli elettori: l'idea di fare autocritica non è pervenuta
Non importa che sia l’Italia o che sia la Germania, che si tratti di destra, centrodestra o “estrema destra”. Ciò che conta è che, se a vincere non è la sinistra, subito a certe latitudini politiche scatta il riflesso pavloviano del risultato spiegato con l’ignoranza dell’elettorato, la sua appartenenza ai ceti popolari, la “desertificazione politica e culturale” nel quale si muove. La “sindrome Bonaccini”, insomma, che una settimana fa ha ritenuto di dover spiegare che il voto a destra – dagli Usa all’Europa, passando naturalmente per l’Italia – è quello di “chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città o di chi sta peggio economicamente”. Un discorso sovrapponibile al titolo di Repubblica di oggi sull’identikit dei tedeschi che hanno decretato l’exploit dell’Alternative für Deutschland: “Uomini, operai, persone economicamente disagiate e con un’istruzione bassa: ecco chi ha votato AfD“.
L’identikit di chi ha votato AfD
La fotografia si basa sulle prime analisi del voto, dalle quali risulta che AfD in Sassonia-Anhalth ha incassato il voto del 59% degli operai, del 65% di chi versa in una condizione di disagio economico e del 57% di chi ha un livello di istruzione basso, a fronte del 30% di chi ha un titolo di studio superiore. Il voto catalizzato da Ulrich Siegmund è stato espresso dal 50% degli uomini e dal 39% delle donne e per il 52% da elettori tra i 35 e i 59 anni, pur risultando primo in tutte le fasce d’età.
La “sindrome Bonaccini”: un fenomeno vecchio di decenni
I numeri, dunque, raccontano effettivamente di un voto popolare. Il problema è quel certo snobismo con cui vengono letti a sinistra. Tradizionalmente, si direbbe, visto che il refrain degli ignoranti poveri che votano a destra non è storia di oggi, ma storia vecchia di decenni. Vecchia tanto quanto, sostanzialmente, il distacco della sinistra dai ceti più fragili. Sul Foglio di sabato, Pierluigi Battista ha retrodatato questo fenomeno, esploso fragorosamente nei primi duemila, al 1994, vale a dire l’anno della vittoria di Silvio Berlusconi, che fu “l’anno del trauma, della sinistra sotto choc che si sentì tradita dal popolo” e ha citato le parole dell’allora sindaco comunista di Torino, Diego Novelli, che sentenziò: tra gli elettori di destra “c’è gente che non ha nemmeno la terza media”. Tre decenni dopo, la sinistra è ancora là e ancora, invece di fare autocritica sulle proprie mancanze, continua a gettare lo stigma addosso all’elettorato e alla destra. Ipocritamente sostenendo, come ha fatto Bonaccini, che certe notazioni sono rivolte al proprio interno, come stimolo a interrogarsi e migliorarsi per riallacciare i fili con quella che fu la propria base.
Autocritica, questa sconosciuta
Emblematiche in questo senso le parole tanto di Sandro Ruotolo del Pd quanto di Angelo Bonelli di Avs. Commentando il voto in Sassonia-Anhalt, l’eurodeputato dem, oltre ad avvertire che l’Europa si deve molto preoccupare per com’è andata, ha detto che “non basta lanciare l’allarme democratico, dobbiamo capire perché l’estrema destra cresce: nelle periferie, nei territori che si sentono dimenticati, tra chi ha paura di perdere il lavoro, non trova una casa e teme che i propri figli vivranno peggio dei genitori”. Ruotolo, però, invece di rivolgersi alla propria famiglia politica, ha ritenuto di lanciare un ammonimento ai conservatori europei: “Sarebbe un errore gravissimo – ha sostenuto – se pensassero di fermarla inseguendola sul terreno dell’immigrazione, dei diritti e delle minoranze”. “Quando la destra democratica copia l’estrema destra, non la indebolisce: la legittima”, ha detto ancora l’eurodeputato dem.
La parola salvifica della sinistra
Anche Angelo Bonelli ha sottolineato che “il voto in Sassonia è una lezione che la sinistra europea non può permettersi di ignorare”. “Se il 61% degli operai ha votato AfD, siamo di fronte a un dato enorme e inquietante, che non può essere spiegato soltanto con l’avanzata dell’estrema destra. Dietro quel voto ci sono una profonda crisi economica e sociale, l’impoverimento, la marginalità dei giovani e l’abbandono dei quartieri popolari”, rivolgendosi poi alla sinistra che “deve chiedersi perché non riesce più a intercettare quel disagio e perché in tante periferie si sia prodotta una vera desertificazione politica e culturale”. La risposta, ha aggiunto, deve essere “tornare nei quartieri popolari, parlare ai lavoratori e ai giovani e costruire una prospettiva di futuro fatta di salari dignitosi, diritti, servizi pubblici e giustizia sociale”. Tradotto: la destra prospera nel deserto politico e culturale nel quale gli elettori sono persi senza la giusta giuda della sinistra. Insomma, come la si mette la si mette, alla fine a sinistra tornano sempre a quel retropensiero là.