Un nuovo trend
Da TikTok alle piazze: cosa sono le “aura battles” e perché sono un fenomeno più antico di quanto si pensi
Una generazione cresciuta davanti agli schermi riscopre il corpo, la competizione e il bisogno di riconoscimento. Dietro l’ultima tendenza della Gen Alpha riemerge un rito sociale che attraversa epoche e culture
Sui social si vede spesso una scena che potrebbe diventare sempre più familiare nelle piazze europee. Due ragazzi si mettono uno davanti all’altro, intorno si forma un cerchio, partono gli smartphone. Nessuno deve cantare meglio, correre più veloce o dimostrare di essere più forte. Vince chi riesce a dominare lo spazio. Un gesto, uno sguardo, una posa, qualche secondo di silenzio. Vince chi ha più “aura” e, di conseguenza, chi riesce a “Farmare aura”.
Le aura battles
Si chiamano aura battles e rappresentano l’ultima evoluzione di un linguaggio nato su internet e già uscito dagli schermi. In diversi Paesi dell’America Latina, dal Messico all’Argentina, dal Brasile al Perù, ragazzi soprattutto teenagers hanno cominciato a incontrarsi fisicamente per sfidarsi attraverso pose, meme, movimenti e piccoli rituali riconoscibili dalla loro generazione. Il fenomeno è già comparso anche in Spagna.
La sfida sui “punti di carisma”
Per capire che cosa stia accadendo bisogna partire dal nome. Farming arriva dai videogiochi: significa ripetere determinate azioni per accumulare punti, esperienza oppure oggetti, letteralmente significa “coltivare”. L’aura, nel vocabolario della Gen Alpha, è invece qualcosa di molto antico travestito da parola nuova: presenza, carisma, stile, capacità di attirare gli sguardi senza dare l’impressione di cercarli. “Farmare aura” significa quindi accumulare simbolicamente punti di carisma. La contabilità è naturalmente immaginaria: una posa riuscita vale “+1000 aura”, una figuraccia può costare “-5000”. Esiste persino il paradosso supremo del gioco: chi mostra troppo chiaramente di voler apparire carismatico rischia di perdere aura. La vera abilità consiste nel sembrare naturale.
L’imperatore bambino dell’aura
L’immagine che ha reso comprensibile il fenomeno a mezzo mondo arriva dall’Indonesia, quando Rayyan Arkan Dikha, giovanissimo protagonista delle tradizionali gare Pacu Jalur nella provincia di Riau, è diventato virale mentre, in equilibrio sulla prua di una lunga imbarcazione, accompagnava la corsa con movimenti calmi e sicuri. Occhiali da sole, postura impeccabile, decine di rematori alle sue spalle. Internet aveva trovato il suo imperatore bambino dell’aura.
Il precedente hip hop
Sarebbe facile liquidare tutto come l’ennesima stranezza di TikTok. Sarebbe anche un errore. Qualcosa di simile, con linguaggi e contesti completamente diversi, accadde quando la cultura hip hop trasformò la competizione tra ragazzi in una forma ritualizzata. La battle rap sostituiva allo scontro fisico una guerra di parole: due persone una davanti all’altra, il pubblico intorno, reputazione in palio, capacità di improvvisare e umiliare simbolicamente l’avversario. La forza diventava linguaggio. Il territorio diventava palcoscenico. La gerarchia veniva stabilita dalla reazione della comunità.
Così lontani, così vicini
La battaglia per l’aura appartiene a un mondo lontanissimo dal Bronx delle origini dell’hip hop, eppure conserva qualcosa di quella struttura antropologica. Anche qui troviamo il cerchio, lo sfidante, il pubblico, la reputazione e un codice che gli adulti comprendono poco. Cambia l’arma. Il rapper aveva la rima, il ragazzo della Gen Alpha possiede l’attimo immortalato per i social media. Uno cercava la punchline, l’altro cerca il gesto perfetto o, al massimo, il meme brillante.
Soprattutto, entrambi trasformano una cultura inizialmente laterale in una grammatica comunitaria.
Da internet alla strada
Le battaglie di aura stanno infatti compiendo un percorso curioso: internet le ha generate, ma la strada le sta adottando. Ragazzi cresciuti davanti a uno schermo escono di casa per guardarsi finalmente negli occhi alla ricerca di uno stoicismo oramai perduto. Una psicologa interpellata da Euronews ha sottolineato proprio questo elemento: queste competizioni possono favorire incontri reali tra adolescenti abituati alle relazioni digitali. Uno dei vincitori messicani ha dato una spiegazione ancora più semplice: partecipava per divertirsi e uscire di casa. È forse questo l’aspetto socialmente più interessante del fenomeno.
Il ritorno del rito
Una generazione descritta continuamente come atomizzata, fragile e prigioniera dello smartphone sta reinventando, sia pure attraverso TikTok, il bisogno antichissimo della piazza. Cerca il gruppo, il riconoscimento, la competizione, il rito. Persino la gerarchia. Il mondo digitale aveva promesso di abolire lo spazio fisico; i suoi figli stanno riportando i meme nelle strade.
La forma è sostanza
L’aura premia concetti che il lessico contemporaneo sembrava avere relegato ai margini: contegno, presenza, padronanza del corpo, autocontrollo, riconoscibilità. Vince chi occupa lo spazio senza agitarsi, chi riesce a comunicare sicurezza prima ancora di parlare. Dietro un reel della Gen Alpha riappare, deformata e giocosa quanto si vuole, un’intuizione molto più antica: la forma comunica qualcosa dell’individuo. I Romani l’avrebbero chiamata forse gravitas. Altre epoche avrebbero parlato di portamento, stile, fierezza. La Generazione Alpha assegna “+10.000 aura”.
Il paragone naturalmente ha un limite enorme. La gravitas presupponeva una sostanza morale; l’aura di TikTok può esaurirsi in massimo quindici secondi ben montati. La forma acquista valore quando diventa manifestazione esteriore di disciplina, carattere, appartenenza e capacità. Ridotta alla posa costruita per l’algoritmo diventa invece narcisismo digitale, esattamente il contrario dell’autenticità che pretende di rappresentare. La sfida sarà quindi capire quale delle due anime prevarrà quando il fenomeno crescerà.
Il problema dei modelli culturali
Nei grandi raduni giovanili convivono – male – etnie, culture, sottoculture e gruppi spesso lontanissimi tra loro. Il mondo dei cosiddetti “maranza” e degli immigrati di seconda generazione o comunque che non si vogliono integrare, con la loro estetica riconoscibile e, nelle loro componenti più problematiche, con modelli fondati sulla provocazione, sull’intimidazione e sull’ostentazione della forza, potrebbe facilmente appropriarsi di un format costruito proprio sulla competizione per il prestigio. O, se non appropriarsene, quantomeno inquinarlo.
Il rischio del ritorno al codice della strada
Il problema riguarda quei modelli culturali e quei gruppi che trasformano il riconoscimento sociale in sopraffazione. Una sfida nata per stabilire chi possiede più stile può cambiare rapidamente natura quando qualcuno decide che il prestigio si dimostra attraverso l’umiliazione fisica dell’avversario. Il passaggio è tutt’altro che impossibile: dal gesto alla provocazione, dalla provocazione alla spinta, dalla spinta allo scontro. A quel punto il codice dell’aura verrebbe rovesciato in favore di un più classico e immortale codice della strada. La padronanza di sé lascerebbe spazio all’aggressività e la competizione simbolica diventerebbe competizione fisica.
Il corpo al centro
La Gen Alpha, emerge tuttavia, sta cercando un proprio sistema di prestigio. Ogni generazione ne ha avuto uno. Il vestito, la motocicletta, il coraggio, la capacità atletica, la cultura musicale, il gruppo, la discoteca, il rap, il numero di follower. Oggi una parte dei giovanissimi sembra attribuire valore a qualcosa di più difficile da misurare: la presenza. Naturalmente la misura avviene attraverso uno smartphone. Eppure il corpo è tornato al centro. Bisogna stare davanti a qualcuno, in pubblico, sostenere uno sguardo, inventare un gesto, affrontare il giudizio immediato di una folla. La rete costruita per disincarnare le relazioni sta generando un gioco che, per funzionare davvero, ha bisogno di corpi, piazze e comunità.
Il cerchio intorno ai due sfidanti
Forse “farmare aura” durerà meno di una stagione e tra due anni nessuno utilizzerà più questa espressione. I fenomeni social hanno la stessa velocità con cui nascono e muoiono le parole che li descrivono. Il bisogno che si intravede dietro questa moda appare invece molto più resistente. Ieri erano le rime alla 8Miles, oggi sono i meme e i reel. Domani magari sarà qualcos’altro. Il cerchio intorno ai due sfidanti, invece, continua a formarsi da millenni.