Fabbrica di sogni o di incubi?
Da Metropolis a Terminator: così il cinema ha anticipato le paure sull’intelligenza artificiale
Il capolavoro di Fritz Lang, uscito ormai un secolo fa, era ambientato nel 2026. Da allora il cinema ha continuato a indagare il rapporto tra macchine pensanti e uomo cogliendo le inquietudini con cui ci misuriamo oggi
Nel 1927 il futuro era ancora lontanissimo, il mondo era un altro. Eppure, dalla Berlino a cavallo dei due grandi conflitti mondiali, Fritz Lang e Thea von Harbou decisero di spingersi con l’immaginazione fino al 2026, quasi un secolo oltre il proprio presente. Il risultato fu Metropolis, uno dei grandi capolavori della storia del cinema e una delle prime opere capaci di immaginare un mondo nel quale uomo e macchina avrebbero finito per confondersi.
Il futuro molto prima del presente
Oggi quel futuro è arrivato e il robot di Lang, la falsa Maria costruita per assumere sembianze umane, appare ancora come uno dei primi grandi antenati cinematografici dei robot prima e dell’intelligenza artificiale poi. È ovvio che per quanto visionari fossero i suoi creatori, Metropolis non raccontava l’AI nel significato contemporaneo del termine: il suo tema principale era il rapporto tra tecnologia, potere, lavoro e disuguaglianza. Ma la figura dell’Uomo-Macchina introduceva una paura destinata ad accompagnare tutto il cinema successivo: quella di creare qualcosa capace di imitare l’essere umano al punto da rendere incerto – ed estremamente instabile – il confine tra creatura e creatore.
Da Maria a HAL 9000
Facciamo un salto temporale di quarantuno anni, e arriviamo a quando sul grande schermo la macchina assume una forma completamente diversa. In 2001: Odissea nello spazio, il genio di Kubrick presentò HAL 9000, il computer di bordo capace di parlare, osservare, prendere decisioni e comprendere le azioni dell’equipaggio.
Un’evoluzione incredibile verso quella che è oggi per noi l’IA, perché non era più necessario costruire un robot dalle sembianze umane, dal momento che la macchina poteva ora essere invisibile e onnipresente, incorporata nel sistema dal quale dipendeva la sopravvivenza degli uomini. HAL rappresentava una paura ancora nuova: cosa accade quando una macchina incaricata di obbedire all’uomo sviluppa una propria logica e decide che gli esseri umani rappresentano un ostacolo?
Da quel momento il cinema avrebbe iniziato a spostare progressivamente la domanda. Non più soltanto quanto sarebbe diventata potente la tecnologia, ma cosa sarebbe successo quando la tecnologia fosse diventata capace di pensare in maniera autonoma e, soprattutto, con il cinismo proprio di una macchina calcolatrice.
La macchina si fa uomo
Negli anni Settanta e Ottanta questa paura si sarebbe intrecciata con un’altra ossessione: la possibilità che la macchina non si limitasse a pensare come l’uomo, ma arrivasse a sostituirlo. Film come Westworld e soprattutto Blade Runner portarono sullo schermo androidi e replicanti sempre più difficili da distinguere dai loro creatori.
In Blade Runner la domanda fondamentale non è soltanto se le macchine possano diventare intelligenti, ma se possano diventare umane. Per questo troviamo replicanti capaci di avere ricordi, desideri, paure e perfino la consapevolezza della propria mortalità. Il confine tra creatore e creatura comincia così a perdere consistenza, fino a rendere difficile stabilire chi sia davvero il modello e chi la copia.
La macchina non è più necessariamente il mostro che vuole distruggere l’uomo: può essere una creatura che vuole semplicemente capire perché esiste, al pari dell’uomo.
Poi arrivò Terminator
Nel 1984 James Cameron trasformò questa paura in una delle immagini più potenti del cinema. In Terminator, Arnold Schwarzenegger è una macchina inviata dal futuro per eliminare Sarah Connor, mentre dietro di essa esiste Skynet, un sistema di difesa artificiale che ha acquisito autocoscienza e considera l’umanità una minaccia. Il film fissò nell’immaginario collettivo una delle idee più persistenti sull’intelligenza artificiale: la macchina che, una volta diventata abbastanza intelligente, si ribella al proprio creatore e decide di eliminarlo.
Ma Terminator introduce anche un elemento destinato a diventare fondamentale. La paura non riguarda più soltanto una macchina che ragiona, ma una tecnologia capace di controllare altre macchine e organizzare autonomamente un’intera guerra. L’intelligenza artificiale diventa così per la prima volta una questione di potere.
Dalla ribellione alla prigionia
Negli anni Novanta la paura avrebbe assunto una forma ancora più radicale. Matrix immagina un mondo nel quale le macchine non hanno semplicemente sconfitto gli esseri umani, ma hanno costruito una realtà artificiale nella quale imprigionarli.
Il problema ora non è più distinguere una macchina da un uomo, ma distinguere reale e virtuale, il mondo vero da quello costruito dalla macchina. Il computer diventa così il mezzo attraverso il quale percepiamo la realtà e il cinema comincia a chiedersi se, una volta affidata alla tecnologia una parte sempre maggiore della nostra esperienza, saremo ancora in grado di capire cosa è autentico.
E se la macchina volesse essere amata?
Con il nuovo millennio il cinema ha cominciato però a raccontare un’altra possibilità. In A.I. – Intelligenza Artificiale, Steven Spielberg immagina David, un bambino artificiale programmato per amare. Non ci si chiede più se la macchina possa distruggere l’uomo, ma se possa provare qualcosa che consideriamo esclusivamente umano.
Pochi anni dopo, Her avrebbe portato questa idea ancora più avanti, immaginando un uomo che si innamora di un’intelligenza artificiale. La macchina non ha più nemmeno bisogno di un corpo: è sufficiente una voce capace di ascoltare, comprendere e rispondere per instaurare una relazione emotiva. È un passaggio fondamentale. Dopo aver immaginato per decenni macchine che volevano distruggerci, il cinema ha cominciato a chiedersi se potessimo essere noi a desiderare le macchine.
“Ex Machina” e il problema della coscienza
Ex Machina, nel 2014, riporta il discorso verso una domanda ancora più inquietante: come possiamo sapere se una macchina è realmente cosciente? Ava, l’androide protagonista, deve convincere un essere umano della propria umanità, rendendo sempre più incerto il confine tra simulazione e coscienza.
Il tema in questo caso è quasi filosofico. Se una macchina riesce a parlare, mentire, manipolare, mostrare emozioni e comprendere le nostre reazioni, quanto conta sapere cosa accade realmente al suo interno?
E adesso il futuro è arrivato
Ciò che ci interessa davvero, però, è che oggi non stiamo più osservando queste domande esclusivamente attraverso la rappresentazione sul grande schermo. I sistemi di intelligenza artificiale sono ormai entrati prepotentemente e stabilmente nelle nostre vite quotidiane, generano testi e immagini, traducono, programmano, analizzano informazioni e interagiscono con gli esseri umani attraverso il linguaggio naturale.
È vero, siamo ancora lontani da Skynet e dai robot di Terminator. Le IA contemporanee non sono macchine coscienti che hanno deciso autonomamente di sterminare l’umanità. Ma già il fatto che oggi discutiamo seriamente di autonomia, controllo e sicurezza dimostra quanto il cinema abbia anticipato almeno le domande che accompagnano questa nuova rivoluzione tecnologica.
Una domanda che resta aperta
Ed è proprio qui che Metropolis assume un significato particolare. Il film di Lang immaginava il 2026 come un futuro dominato dalle macchine e segnato da una profonda divisione sociale. Il nostro mondo non è certo la città distopica di Lang, ma alcune domande di fondo sono ancora le stesse: chi controlla la tecnologia? Chi ne trae beneficio? Quanto siamo disposti a delegare alle macchine? E soprattutto, cosa rimane dell’uomo se una macchina comincia a fare sempre più cose che consideravamo esclusivamente nostre?
Per quasi un secolo il cinema ha quindi utilizzato le macchine per raccontare noi stessi. La macchina che si ribella, quella che ci sostituisce, quella che ci imprigiona, quella che ci ama e addirittura quella che cerca di diventare umana sono tutte variazioni della stessa paura: perdere il controllo su ciò che abbiamo creato e su ciò che è proprio dell’uomo.
Il paradosso è che oggi, nel 2026 immaginato da Fritz Lang, quella domanda non appartiene più soltanto alla fantascienza. Non abbiamo ancora costruito Skynet e nessun Terminator sta arrivando dal futuro, ma abbiamo raggiunto il punto nel quale le macchine hanno cominciato a parlare con noi in una lingua che riconosciamo come nostra. E forse è proprio questo il motivo per cui il vecchio cinema sull’intelligenza artificiale continua a inquietarci: non perché abbia previsto esattamente il futuro, ma perché aveva già capito che la domanda più difficile non sarebbe stata cosa possono fare le macchine, bensì quanto saremo disposti a lasciarle fare al posto nostro.