La storia del contadino
Addio all’uomo più anziano d’Italia, 112 anni. “Il mio corpo vuole morire, il mio cuore no”: chi era Vitantonio Lovallo da Potenza
«Il mio corpo vuole morire, ma il mio cuore no», aveva detto qualche tempo fa in ospedale. All’età di 112 anni, ad Avigliano, in provincia di Potenza, è morto Vitantonio Lovallo, detto Zitòn, l’uomo più longevo d’Italia. Nacque il 25 marzo 1914 nella frazione rurale di Sarnelli, dove ha sempre vissuto, anche se fu registrato soltanto tre giorni dopo, il 28 marzo. Uomo di grande tempra, ha lavorato fino a 106 anni in campagna. Era il secondo in Italia per età anziana, più grande di lui solo una donna, Lucia Sangenito, 115 anni, di Sturno (Avellino), che è la persona più longeva vivente d’Italia e terza al mondo. ”Oggi Avigliano perde una parte della sua storia – ha dichiarato il sindaco di Avigliano Giuseppe Mecca –. La scomparsa del caro Vitantonio Lovallo, per tutti noi Ziton, mi addolora profondamente. I suoi 112 anni non sono stati soltanto il traguardo straordinario di una lunga esistenza: dentro quella vita c’erano più di cento anni della nostra Avigliano, i sacrifici e i valori di intere generazioni, l’attaccamento alla famiglia, alla terra e alle nostre radici. Ho avuto il privilegio di condividere con lui alcuni momenti, soprattutto in occasione dei suoi compleanni, e conserverò il ricordo del suo sorriso, della sua semplicità e di quella forza autentica che appartiene agli uomini della nostra terra. Oggi non salutiamo soltanto l’uomo più anziano d’Italia – ha aggiunto il sindaco di Avigliano -. Salutiamo uno di noi. Un aviglianese che, con la sua presenza, era diventato un simbolo e una memoria viva della nostra comunità. A nome dell’amministrazione comunale, di tutta la città di Avigliano e mio personale, mi stringo con sincero affetto alla sua famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene”.
Chi era Vitantonio Lovallo, l’uomo più longevo d’Italia
A 106 anni lavorava ancora nei campi: aveva pecore, vigna e terreni. Fino a 108 anni continuava almeno a supervisionare i lavori. Non aveva mai guidato un’automobile né una bicicletta. Da giovane utilizzava il mulo e aveva lavorato come mulattiere. A 109 anni si radeva ancora da solo e rifiutava il girello che la famiglia avrebbe voluto fargli usare. La sua vita è stata segnata dalla Seconda guerra mondiale. Fu fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943 e trasferito prima da Rodi verso la Germania e poi nel campo di Sagan-Stalag VIII C. Nel campo dovette svolgere lavori forzati, tra cui la costruzione della ferrovia. In alcuni periodi, racconta il diario, i prigionieri rimasero anche sei giorni senza mangiare. Fu liberato l’8 maggio 1945 dalle truppe russe e tornò ad Avigliano il 27 ottobre. Lovallo aveva frequentato soltanto la terza elementare, ma sapeva leggere e scrivere ed era l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a occuparsi della posta dei commilitoni. Durante la prigionia tenne un diario di guerra, oggi conservato dalla famiglia. Era molto legato alla terra e alla vita contadina. La nipote attribuisce proprio a questo rapporto con la terra e al suo amore per la vita una parte della sua longevità, ma naturalmente si tratta di un’interpretazione familiare, non di una spiegazione scientifica. Seguiva una dieta mediterranea, con molti legumi, frutta e verdura coltivati localmente. Fino a pochi anni prima beveva anche un bicchiere di vino a pasto, prodotto da lui. Tra i suoi piatti preferiti c’era la carchiola, una sorta di piadina di farina di mais con verdura e lardo, cotta sulla brace.