Storico dirigente cresciuto alla Normale di Pisa, scelse la scissione e rifiutò di confluire nel neonato Partito Democratico pur di difendere l'ortodossia identitaria della sinistra
Si è spento all’età di 78 anni Fabio Mussi. Con la sua scomparsa se ne va una delle figure più lucide, coerenti e, a suo modo, spigolose della sinistra italiana della Prima e della Seconda Repubblica. Toscano verace nato a Piombino nel 1948, Mussi apparteneva a quell’ultima generazione di dirigenti formatisi nella severa scuola del Partito Comunista Italiano, cresciuto culturalmente in quell’eccellenza accademica che è la Scuola Normale Superiore di Pisa.
Un uomo colto e ironico
Per la destra e per i cultori del bipolarismo maturo, Mussi ha rappresentato il prototipo dell’avversario ideale: colto, intriso di un’ironia tagliente e spesso autoironico, ma soprattutto un politico che non ha mai svenduto l’ortodossia ideologica sull’altare del pragmatismo elettorale o dei “centrismi” d’opportunità.
Il gran rifiuto di entrare nel Pd
La tappa che ha marchiato a fuoco la sua ultima parte di carriera politica – e che lo definisce dal punto di vista della coerenza intellettuale – risale al 2007, l’anno della svolta del “Lingotto”. Quando i Democratici di Sinistra (Ds) guidati da Piero Fassino decisero di sciogliersi per confluire, insieme alla Margherita cattolico-democratica, nel nascente Partito Democratico, Mussi disse un “no” categorico.
Al congresso di Firenze del 2007 guidò l’ala della “Corrente di Sinistra”, rifiutando la fusione in un grande calderone riformista privo, a suo dire, di chiare radici identitarie. Coerente con la sua storia, Mussi lasciò i Ds pur di non entrare nel Pd, fondando il movimento “Sinistra Democratica” e preferendo la via dell’esilio identitario a sinistra rispetto alle lusinghe della nascente grande casa del progressismo italiano.
Ministro e vicepresidente a Montecitorio
La sua parabola è stata segnata da una brillante ascesa nel Pci (fu vicinissimo ad Achille Occhetto durante la svolta della Bolognina) e da ruoli istituzionali di primo piano, come la vicepresidenza della Camera dei Deputati e l’incarico di Ministro dell’Università e della Ricerca tra il 2006 e il 2008 nel secondo Governo Prodi. Anche da ministro della trincea universitaria, Mussi cercò di imporre una visione rigidamente statalista, scontrandosi spesso con le necessità di modernizzazione e di merito richieste dal Paese.
Negli ultimi anni aveva mantenuto un ruolo di saggia retroguardia all’interno di Sinistra Italiana e dell’alleanza Avs, rimanendo un punto di riferimento per quel mondo che considerava il compromesso un cedimento.