Morto a 83 anni
Addio a Enzo Bianchi, il monaco fondatore della comunità di Bose. Gli ultimi anni passati in “esilio”
Progressista e conservatore allo stesso tempo fondò la comunità aperta ai laici ma fu esiliato il 2020 con un provvedimento di Papa Francesco
Si è spento oggi a Torino, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose , una delle figure pubbliche più rilevanti, dibattute e ascoltate della spiritualità italiana dell’ultimo mezzo secolo. Con la sua scomparsa, avvenuta all’ospedale Molinette, si chiude la parabola di un uomo che ha attraversato le grandi speranze del cattolicesimo progressista post-conciliare, raccogliendo enormi consensi mediatici ma andando incontro, negli ultimi anni della sua vita, a una drammatica e dolorosa caduta, segnata da scontri interni e da un severo provvedimento della Santa Sede.
La sua vita monastica aperta ai laici
Nato a Castel Boglione il 3 marzo 1943, in un Piemonte rurale e profondo, Bianchi ha incarnato per decenni l’archetipo dell’intellettuale cristiano capace di parlare “ai lontani”. Cresciuto in una famiglia dalle forti contrapposizioni ideologiche, dopo gli studi in economia a Torino scelse la via del deserto. Nel 1965, mentre a Roma si chiudevano i lavori del Concilio Vaticano II, Bianchi si ritirò in una cascina isolata nel Biellese, a Magnano, ponendo la prima pietra di quella che sarebbe diventata la Comunità di Bose. Una realtà ecumenica, aperta a uomini e donne, cattolici, protestanti e ortodossi, che per cinquant’anni è stata la “Mecca” di un’apertura ai laici, attratti da quel modello di cristianesimo radicale, spogliato da orpelli istituzionali e calato nella contemporaneità.
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Il divulgatore della Parola
Per il grande pubblico, Enzo Bianchi è stato soprattutto il grande divulgatore della Parola, il saggista fecondo e il commentatore di punta di testate della grande stampa laica come La Stampa e La Repubblica. Con una scrittura limpida e un’indubbia capacità comunicativa, ha cercato di traghettare il messaggio evangelico nella società secolarizzata, affrontando temi cruciali come la vecchiaia, la fraternità, la crisi etica dell’Occidente e il dialogo tra le fedi.
Lo scontro con la Santa Sede
Tuttavia, il capitolo più amaro e storicamente rilevante della sua biografia si è consumato negli ultimi anni, svelando le fragilità intrinseche di quell’utopia comunitaria. Nel gennaio 2017 Bianchi aveva lasciato il ruolo di priore, avviando un passaggio generazionale che si è rivelato tragico. Quella che per decenni era stata dipinta come l’oasi perfetta della fratellanza evangelica si è riscoperta un groviglio di tensioni umane e di potere. La gestione carismatica del fondatore, la sua ingombrante presenza e la difficoltà nel cedere realmente lo scettro del comando hanno innescato una crisi interna istituzionale senza precedenti.
Nel 2019, la Santa Sede è dovuta intervenire disponendo una rigorosa visita apostolica. L’esito è stato politicamente e umanamente devastante: nel maggio 2020, un decreto firmato dal Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, e approvato in forma specifica da Papa Francesco, ha ordinato a Enzo Bianchi di lasciare Bose e di interrompere i rapporti con la comunità. Un esilio forzato, giustificato da via della Conciliazione con la necessità di sanare “una situazione tesa e problematica per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità”. Bianchi ha vissuto questo provvedimento come una punizione “disumana” e offensiva, rifiutando inizialmente alcune delle sistemazioni alternative proposte (come il monastero di Cellole) per via delle severe condizioni restrittive collegate. Nonostante lo scontro giuridico e canonico, negli anni successivi Enzo Bianchi ha sempre ribadito la propria obbedienza alla Chiesa.
L’esilio da Bose
È stato il momento della rottura definitiva e dei silenzi colpevoli della stessa intellighenzia cattolica che lo aveva incensato. Bianchi, dopo resistenze e dolorosi bracci di ferro con i suoi stessi ex discepoli, ha dovuto abbandonare la sua creatura, trasferendosi prima a Torino e poi avviando nel Canavese, ad Albiano d’Ivrea, una nuova e ridimensionata esperienza fraterna con la Fraternità della Madia.
Il pane di ieri
Tra i suoi libri più famosi, “Il pane di ieri”, che esaltava le tradizioni rurali e il valore della semplicità e che univa il suo progressismo a una visione conservatrice della bellezza e dell’autenticità della fede.
Il titolo trae ispirazione da un antico proverbio della tradizione contadina piemontese (del Monferrato, terra natale dell’autore): «Il pane di ieri è buono domani». Questa metafora esprime l’idea che le cose genuine, i valori del passato e il “cibo” inteso come esperienza vissuta non vadano sprecati, ma conservino la loro bontà e vadano trasmessi alle nuove generazioni.
Da questo punto di vista Bianchi specificò sempre che la sua catalogazione come progressista era una forzatura. E che di fatto la sua visione della fede univa sostanzialmente ogni segmento alla testimonianza del Vangelo.