A Verona
Si tolse la vita dopo anni di violenza da parte del compagno: l’uomo finisce ai domiciliari quattro mesi dopo
La donna lasciò un biglietto nel quale accusava il partner di continue vessazioni che duravano dal 2019
Un uomo è finito agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, dopo che la compagna si è tolta la vita lo scorso aprile a Verona. La donna, 56 anni, aveva infatti lasciato un biglietto d’addio con scritto “Mi vuole distruggere, mi rende la vita impossibile. Non ce la faccio più”. Lo riporta il quotidiano L’Arena.
Le indagini
Stando a quanto ricostruito nelle indagini della Procura veronese, che ha iscritto l’uomo nel registro degli indagati per maltrattamenti aggravati dalla morte, la 56enne era esasperata dalle violenze e dalle umiliazioni che subiva dal compagno almeno dal 2019. Per tutti quegli anni, lui le avrebbe impedito di uscire con gli amici, l’avrebbe picchiata e minacciata di divulgare foto intime se lei lo avesse lasciato, arrivando a minacciare anche i suoi cari. Dopo un primo tentativo di compiere un gesto estremo nel 2025, la donna quest’anno si è tolta la vita, lasciando quel messaggio. Da qui la richiesta della misura dei domiciliari, accolta dal gip Enrico Zuccon.
La scoperta dell’inferno domestico
Nell’aprile del 2026, la donna è stata trovata impiccata all’interno della sua abitazione a Verona. Sul momento, i rilievi medico-legali e gli accertamenti sul luogo del ritrovamento non hanno lasciato dubbi sulla natura volontaria del gesto: si trattava inequivocabilmente di un suicidio. Tuttavia, la Procura e i Carabinieri hanno deciso di non archiviare immediatamente il caso, insospettiti dal contesto relazionale della vittima e decidendo di scavare nel passato della coppia.
Secondo la Procura di Verona, lo stato di profonda prostrazione psicologica derivante da queste continue violenze domestiche ha costituito la causa diretta che ha spinto la donna a togliersi la vita. Le umiliazioni quotidiane avevano generato in lei una sofferenza tale da non vedere altra via d’uscita se non il gesto estremo. La donna riceveva continui insulti, denigrazioni e sarebbe stata costretta a un isolamento sociale, mirato a recidere i ponti tra lei e la sua rete di supporto esterna.
Le possibili imputazioni per l’uomo
L’accusa principale mossa dalla Procura di Verona è basata sull’articolo 572 del Codice Penale (Maltrattamenti contro familiari e conviventi). Il codice prevede un sensibile aumento della pena se dal fatto deriva la morte della persona offesa. La legge stabilisce la reclusione da 12 a 24 anni se dai maltrattamenti deriva la morte della vittima.
In base agli esiti definitivi delle indagini e all’analisi del messaggio d’addio lasciato dalla donna, la Procura potrebbe valutare anche la contestazione dell’articolo 580 del Codice Penale (Istigazione o aiuto al suicidio): la reclusione va da 5 a 12 anni se il suicidio si verifica come purtroppo è avvenuto.
Le aggravanti
Al reato base possono essere contestate ulteriori circostanze aggravanti (Art. 61 c.p.) che farebbero lievitare la pena verso il massimo edittale, tra cui: l’aver agito per motivi abietti o futili. L’aver profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la pubblica o privata difesa (minorata difesa della vittima, isolata in casa).
Il precedente di Torino
Un precedente simile per la dinamica (suicidio diretto causato dalle vessazioni del partner) è la condanna storica emessa dalla Cassazione nel 2019 per la morte di una donna a Torino, che ha ridefinito la responsabilità penale del partner. Una donna si tolse la vita lanciandosi dal balcone della propria abitazione a seguito dell’ennesimo, violento litigio e di anni di sistematiche umiliazioni e violenze fisiche da parte del convivente. La Suprema Corte ha stabilito all’epoca che per condannare il compagno non è necessario che lui abbia espresso direttamente l’invito a uccidersi. Basta dimostrare che i suoi comportamenti criminali abbiano creato una condizione di disperazione e intollerabilità della vita tale da rendere il suicidio l’unica via d’uscita percepita dalla vittima. Come sarebbe accaduto a Verona.