Il delirio di Sigfrido
Ranucci la spara più grossa della bomba: “Sono una voce scomoda come Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino”
Nell’attesa delle decisioni della magistratura e della Rai, Sigfrido Ranucci prenota un posto (non al ristorante dell’amico Lavitola), ma nel Pantheon. Nel pieno della bufera che investe Report, il conduttore pubblica infatti sui social una riflessione dal titolo «La voce che spaventa» e si auto-celebra come martire, all’interno di un pantheon piuttosto impegnativo: Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
«La storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza», scrive Ranucci. Uomini morti, aggiunge, per aver visto «un attimo prima degli altri, il disegno intero» e aver provato a raccontarlo «a voce alta». Il sottotesto è così discreto che si vede dallo spazio.
Mentre la Rai discute del futuro di Report e la vicenda Ranucci-Lavitola continua ad arricchirsi di nuovi capitoli, il giornalista sceglie di raccontare la sorte di chi vede ciò che gli altri non vedono e per questo diventa scomodo. Citando, casualmente, quattro uomini assassinati dal terrorismo e dalla mafia. Manca soltanto un posto libero nel Pantheon.
Ranucci vola nella Storia, la Rai guarda le carte
A Viale Mazzini, fortunatamente, si vola più basso. Proseguono le riunioni del Comitato etico chiamato a esprimersi sul caso Ranucci e sulla futura conduzione di Report. La relazione sarà trasmessa all’amministratore delegato Giampaolo Rossi.
Sul tavolo entra anche l’interrogatorio di Valter Lavitola a Rebibbia, uno degli sviluppi che il Comitato dovrà valutare. Ranucci parla del «disegno intero». La Rai, più modestamente, prova a ricostruire quello che è successo.
Gasparri: «Report divora il suo padre»
Maurizio Gasparri, componente della Vigilanza Rai, taglia corto: per il senatore di Forza Italia la questione riguarda ormai la reputazione del conduttore e i suoi «strani e inquietanti legami».
Gasparri richiama anche il documento della redazione di Report, interpretandolo come una presa di distanza da Ranucci: «È Report stesso che divora il suo “padre”». Poi la stilettata su Lavitola: «Il giornalismo di inchiesta deve essere una cosa seria e non un rito da consumare con gli spaghetti alle vongole».
Restano inoltre gli aspetti giudiziari, compresa la vicenda dell’esplosione sulla quale saranno naturalmente gli accertamenti della magistratura a stabilire fatti ed eventuali responsabilità.
«È assurdo paragonarsi a Falcone e Borsellino, a Moro. Sigfrido Ranucci ha esagerato – commenta il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Alfredo Antoniozzi – Lasci stare gli eroi nazionali – dice Antoniozzi – che morirono in solitudine e non frequentavano persone imbarazzanti. Non entro nel merito di altro ma ricordo che tutti gli siamo stati vicini dopo l’attentato e che il governo lo protegge con decine di uomini. Ma non faccia paragoni blasfemi».
Dal Comitato etico a Falcone in un post
Ed è proprio questo il dettaglio che rende irresistibile la liturgia social di Ranucci. C’è una vicenda da chiarire, ci sono conversazioni da valutare, c’è un Comitato etico al lavoro. Lui risponde evocando Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino. Dal Comitato etico ai martiri della Repubblica in poche righe. Neppure Report avrebbe osato un montaggio così ardito.
Essere sottoposti alle verifiche della Rai, però, non significa essere perseguitati dalla Storia. Ricevere critiche non equivale a sfidare Cosa nostra. E soprattutto Falcone e Borsellino non sono testimonial da arruolare nella propria autodifesa. Ranucci sostiene che gli uomini migliori vengono eliminati perché vedono il «disegno intero». Per il momento, più che il disegno intero, basterebbe capire bene quello che c’è nelle carte. Al Pantheon, eventualmente, si penserà dopo.