Aveva 84 anni
Morto Ratko Mladic, il “macellaio di Srebenica”: colpevole di genocidio e della morte di ottomila innocenti
Nel novembre 2017 il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia lo aveva condannato all'ergastolo, riconoscendolo colpevole di dieci degli undici capi d'accusa contestati
Ratko Mladic, ex comandante dell’Esercito della Repubblica Srpska (entità a maggioranza serba della Bosnia) condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante il conflitto in Bosnia Erzegovina, è morto oggi nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia all’età di 84 anni. Mladic era stato comandante dello Stato maggiore dell’Esercito della Repubblica Srpska dal 1992 al 1995 e aveva guidato le forze serbo-bosniache durante alcune delle principali operazioni della guerra.
Condannato per genocidio
Nel novembre 2017 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo aveva condannato all’ergastolo, riconoscendolo colpevole di dieci degli undici capi d’accusa contestati. La sentenza era stata confermata definitivamente in appello nel giugno 2021 dal Meccanismo residua internazionale per i tribunali penali. Tra i reati per i quali era stato condannato figurano il genocidio di oltre 8 mila uomini e ragazzi bosgnacchi a Srebrenica nel luglio 1995, le persecuzioni, gli omicidi e le deportazioni della popolazione civile, la campagna di terrore contro Sarajevo durante l’assedio della città e la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. Dopo la guerra Mladic era rimasto latitante per quasi 16 anni, fino all’arresto avvenuto il 26 maggio 2011 nel villaggio di Lazarevo, vicino a Zrenjanin, in Serbia, e alla successiva estradizione all’Aia. Negli ultimi anni le sue condizioni di salute si erano progressivamente deteriorate: soffriva di gravi patologie muscolari e neurologiche e aveva subito diversi ictus. Dal 2024 riceveva cure palliative presso l’ospedale del centro di detenzione.
Il massacro del 1995
Il massacro di Srebrenica, avvenuto nel luglio 1995 durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, è considerato il più grave genocidio consumato in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le forze serbo-bosniache, guidate dal generale Ratko Mladić, assassinarono sistematicamente oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosniaci (bosgnacchi) in una zona che era stata dichiarata “area protetta” dalle Nazioni Unite. Le truppe serbe di Mladić assediarono e occuparono la città senza incontrare resistenza da parte dei caschi blu, numericamente inferiori e privi di supporto aereo. I soldati serbi separarono le donne e i bambini piccoli (che vennero deportati) dagli uomini e dai ragazzi dai 12 ai 77 anni. Questi ultimi vennero fucilati in massa nei giorni successivi e i loro corpi occultati in decine di fosse comuni.
Il no alla scarcerazione
Nelle ultime settimane la famiglia e le autorità serbe avevano intensificato le richieste per consentirgli di trascorrere l’ultima fase della vita in Serbia. Il 22 agosto l’organismo dell’Aia aveva tuttavia respinto un’ulteriore istanza di rilascio anticipato per motivi umanitari, rilevando che l’imminenza della morte non costituiva di per sé una ragione sufficiente per la liberazione.